giovedì, 31 gennaio 2008
Dibattito all'Università Cattolica del Sacro Cuore
sul discorso del Papa alla Sapienza

La verità è il cibo della ragione


 

Roberto Sgaramella

Un appuntamento affollato e molto seguito da docenti e da studenti universitari quello svoltosi nel pomeriggio del 30 gennaio nell'aula Gemelli dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. Motivo dell'incontro lo svolgimento di un colloquio sul discorso di Papa Benedetto XVI all'Università "La Sapienza" di Roma - mai pronunciato di persona in seguito ai noti fatti - da parte di due relatori:  l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano "Il Foglio". Ha introdotto gli interventi Lorenzo Ornaghi, rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha ricordato gli anni trascorsi da Ravasi a Milano come Prefetto dell'Ambrosiana e l'undicesimo compleanno del giornale di Giuliano Ferrara, che ha iniziato la pubblicazione il 30 gennaio 1996. Ornaghi ha inoltre ricordato che l'incontro di Roma è il primo di due appuntamenti per i colloqui sul discorso di Benedetto XVI a "La Sapienza". Il prossimo si svolgerà il 4 febbraio presso la sede di Milano dell'Università Cattolica. I relatori saranno Giorgio Israel, ordinario di matematiche complementari all'Università "La Sapienza", Salvatore Veca, ordinario di filosofia politica all'Istituto universitario di studi superiori di Pavia, Serena Vitale, ordinario di lingua e letteratura russa all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ciò che maggiormente ha colpito Ornaghi del discorso di Benedetto XVI è l'interrogarsi sulla natura e la missione dell'università, specie se riferita a una università come questa che non ha solo come aggettivo accessorio la qualifica di "cattolica". Il rettore ha sottolineato nelle parole del Papa il richiamo insistente alla ragione, a "quel Dio che è Ragione Creatrice e al contempo Ragione Amore". Ha inoltre citato la parte conclusiva del discorso quando Benedetto XVI afferma che "Il pericolo del mondo occidentale (...) è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. (...) Se però la ragione (...) diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita (...) Applicato alla nostra cultura europea ciò significa:  se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma". Queste parole di Benedetto XVI per Ornaghi hanno un grande valore nel contesto universitario dove non solo si ricerca, si insegna e si studia ma spesso ci si chiede che cosa debba fare davvero l'Università, una istituzione il cui compito non è certo quello di scomporre bensì di contribuire a comporre. "Strepitoso, folgorante e intellettualmente ironico":  così Ferrara, ha definito l'inizio del discorso del Papa. Questo - ha aggiunto - nonostante le circostanze imbarazzanti che hanno impedito a Benedetto XVI, benché invitato a pronunciarlo, di essere presente. Circostanze determinate da proteste che si fondavano su una interpretazione equivoca e fondamentalmente sbagliata di una conferenza del Papa su Galileo Galilei. Un discorso degno di un grande professore, di un grande teologo, di un grande filosofo e uomo di scienza, intendendo per scienza anche ma non soltanto la teologia; un grande discorso di libertà e razionalità in un luogo che per un momento aveva abbandonato i principi laici dell'accoglienza e della libertà di parola. Il discorso del Papa, invece, inizia proprio con un omaggio all'università laica e alla sua autonomia. Una università che - afferma Benedetto XVI - deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Il Papa parla in quanto vescovo di Roma "sorvegliante" e pastore di una comunità di credenti che vive nel mondo, una Chiesa pellegrina, una Chiesa in cammino che non è del mondo, ma è nel mondo. Questo del Papa evidentemente non è un discorso da professore a professore; è invece un discorso del Vescovo di Roma, del Pontefice, un discorso fatto in questa veste propria a una istituzione laica nella sua autonomia e con rispetto della sua natura, che si basa esclusivamente sull'autorità della verità. Il Papa esprime la grande istanza della fede:  credere nel vero uomo e vero Dio, nel suo messaggio e nella sua resurrezione. Per questo Benedetto XVI si pone anche come una "voce della ragione etica dell'umanità". Il Papa cita John Rawls. Questo filosofo contemporaneo esclude la possibilità di assorbire integralmente un complesso di fede religiosa nella ragione pubblica, ma avverte che non si può fare a meno del "fondo storico dell'umana sapienza" che è incorporato nella religione, nella Chiesa e nella comunità di fede. Giuliano Ferrara ha rilevato, inoltre, come il Papa, parlando della disputa sul rapporto teoria e prassi, abbia fatto riferimento al concetto medioevale di università articolata in quattro Facoltà. Passando al presente, ha aggiunto citando ancora il Papa, "è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo". È in questo passaggio - sottolinea Ferrara - che Benedetto XVI fa riferimento a Jürgen Habermas quando dice che "la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità deriverebbe da due fonti:  dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti". Riguardo a questa "forma ragionevole" il Papa annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità (...) È detto bene ma è cosa molto difficile a trasformarsi in una prassi politica". L'arcivescovo Ravasi si è dichiarato "imbarazzato" dovendo intervenire dopo la glossa al testo del Papa di Giuliano Ferrara che, ha sottolineato, ne ha centrato la sostanza. Il tema affrontato da Ravasi è quello della università come legata esclusivamente all'autorità della verità. In un'altra citazione tratta dal discorso si dice che l'intima origine dell'università sta nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Questo è un punto di partenza valido sia per il non credente sia per il credente. Poi partendo dalla frase di Agostino intellectum valde ama (ama fortemente l'intelletto) e nella scia di questa brama di conoscenza, Socrate afferma il dissolvimento della nebbia della ragione mitologica, falsa ragione per far posto a quella scoperta di Dio che è ragione creatrice e al contempo ragione amore. Anche il non credente sa che esiste un itinerario che non è quello della ragione formale, razionalità in senso tradizionale. Chi si innamora vive una esperienza che ha una logica profonda analoga a quella della poesia. La logica dell'amore è alla fine di un percorso che fa parte della brama di conoscenza che non è identificabile semplicemente con la ragione creatrice. Dissolvendo il velo delle ambigue ragioni, è indispensabile riuscire a ritrovare la vera ragione. Quindi la verità va conquistata sia attraverso la ragione-creatrice sia con la ragione-amore. Ravasi ha citato Hobbes per quello che ha scritto al capitolo ventiseiesimo del LeviatanoAuctoritas, non veritas, facit legem, in riferimento al positivismo del diritto legislativo. Il Papa, ha aggiunto Ravasi, ricorda che "la verità non è soltanto teorica. Agostino, nel porre una relazione tra le Beatitudini del Discorso della montagna e i doni dello spirito menzionati in Isaia, ha affermato una reciprocità tra scientia e tristitia:  il semplice sapere, dice, rende tristi". Quindi l'importanza di Veritas et Amor, verità e bontà, la caratteristica del messaggio cristiano. Verità che è cibo sia alla ragione logica sia a quella che ama. Per questo motivo Benedetto XVI fa una analisi dell'università medioevale che con le sue quattro facoltà - medicina, giurisprudenza, filosofia, teologia - teneva insieme in un nodo d'oro la diversità e la complessità della realtà. Orizzontalità e verticalità si incontrano sempre a costituire il concetto di verità.



(©L'Osservatore Romano - 1 febbraio 2008)
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giovedì, 31 gennaio 2008
Benedetto XVI alla Congregazione per la Dottrina della Fede

Unità della Chiesa ed evangelizzazione
per l'ecumenismo e la difesa dell'uomo

 

Chiarezza nel dialogo ecumenico e in quello con le religioni e le culture, rilancio dell'azione missionaria ed evangelizzatrice, difesa della dignità dell'uomo di fronte ai problemi posti dal progresso delle  scienze  biomediche.  Sono  questi i temi fondamentali toccati da Benedetto XVI nel discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, ricevuti in udienza giovedì mattina, 31 gennaio, nella Sala Clementina.

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giovedì, 31 gennaio 2008

"La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest'ultimo non è più il puro « non-ancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future".

Benedetto XVI, Spe salvi

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giovedì, 31 gennaio 2008
All'udienza generale il Papa parla ancora dell'esperienza di sant'Agostino

Dio non è lontano
dalla nostra ragione e dalla nostra vita


 

Quando l'uomo si allontana da Dio, si aliena anche da se stesso. Lo ha ricordato il Papa parlando del rapporto tra fede e ragione nell'itinerario intellettuale e spirituale di sant'Agostino. "Dio - ha sottolineato durante l'udienza generale di mercoledì 30 gennaio nell'Aula Paolo VI - non è lontano dalla nostra ragione e dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino al nostro cuore e alla nostra ragione".


Cari amici,
dopo la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani ritorniamo oggi alla grande figura di sant'Agostino. Il mio caro Predecessore Giovanni Paolo II gli ha dedicato nel 1986, cioè nel sedicesimo centenario della sua conversione, un lungo e denso documento, la Lettera apostolica Augustinum Hipponensem. Il Papa stesso volle definire questo testo "un ringraziamento a Dio per il dono fatto alla Chiesa, e per essa all'umanità intera, con quella mirabile conversione". Sul tema della conversione vorrei tornare in una prossima Udienza. È un tema fondamentale non solo per la sua vita personale, ma anche per la nostra. Nel Vangelo di domenica scorsa il Signore stesso ha riassunto la sua predicazione con la parola:  "Convertitevi". Seguendo il cammino di sant'Agostino, potremmo meditare su che cosa sia questa conversione:  è una cosa definitiva, decisiva, ma la decisione fondamentale deve svilupparsi, deve realizzarsi in tutta la nostra vita.
La catechesi oggi è dedicata invece al tema fede e ragione, che è un tema determinante, o meglio, il tema determinante per la biografia di sant'Agostino. Da bambino aveva imparato da sua madre Monica la fede cattolica. Ma da adolescente aveva abbandonato questa fede perché non poteva più vederne la ragionevolezza e non voleva una religione che non fosse anche per lui espressione della ragione, cioè della verità. La sua sete di verità era radicale e lo ha condotto quindi ad allontanarsi dalla fede cattolica. Ma la sua radicalità era tale che egli non poteva accontentarsi di filosofie che non arrivassero alla verità stessa, che non arrivassero fino a Dio. E a un Dio che non fosse soltanto un'ultima ipotesi cosmologica, ma che fosse il vero Dio, il Dio che dà la vita e che entra nella nostra stessa vita. Così tutto l'itinerario intellettuale e spirituale di sant'Agostino costituisce un modello valido anche oggi nel rapporto tra fede e ragione, tema non solo per uomini credenti ma per ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per l'equilibrio e il destino di ogni essere umano. Queste due dimensioni, fede e ragione, non sono da separare né da contrapporre, ma piuttosto devono sempre andare insieme. Come ha scritto Agostino stesso dopo la sua conversione, fede e ragione sono "le due forze che ci portano a conoscere" (Contra Academicos, III, 20, 43). A questo proposito rimangono giustamente celebri le due formule agostiniane (Sermones, 43, 9) che esprimono questa coerente sintesi tra fede e ragione:  crede ut intelligas ("credi per comprendere") - il credere apre la strada per varcare la porta della verità - ma anche, e inseparabilmente, intellige ut credas ("comprendi per credere"), scruta la verità per poter trovare Dio e credere. Le due affermazioni di Agostino esprimono con efficace immediatezza e con altrettanta profondità la sintesi di questo problema, nella quale la Chiesa cattolica vede espresso il proprio cammino. Storicamente questa sintesi va formandosi, prima ancora della venuta di Cristo, nell'incontro tra fede ebraica e pensiero greco nel giudaismo ellenistico. Successivamente nella storia questa sintesi è stata ripresa e sviluppata da molti pensatori cristiani. L'armonia tra fede e ragione significa soprattutto che Dio non è lontano:  non è lontano dalla nostra ragione e dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino al nostro cuore e vicino alla nostra ragione, se realmente ci mettiamo in cammino. Proprio questa vicinanza di Dio all'uomo fu avvertita con straordinaria intensità da Agostino. La presenza di Dio nell'uomo è profonda e nello stesso tempo misteriosa, ma può essere riconosciuta e scoperta nel proprio intimo:  non andare fuori - afferma il convertito - ma "torna in te stesso; nell'uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un'anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione" (De vera religione, 39, 72). Proprio come egli stesso sottolinea, con un'affermazione famosissima, all'inizio delle Confessiones, autobiografia spirituale scritta a lode di Dio:  "Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te" (I, 1, 1).  La lontananza di Dio equivale allora alla lontananza da se stessi:  "Tu infatti - riconosce Agostino (Confessiones, III, 6, 11) rivolgendosi direttamente a Dio - eri all'interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta", interior intimo meo et superior summo meo; tanto che - aggiunge in un altro passo ricordando il tempo antecedente la conversione - "tu eri davanti a me; e io invece mi ero allontanato da me stesso, e non mi ritrovavo; e ancora meno ritrovavo te" (Confessiones, V, 2, 2). Proprio perché Agostino ha vissuto in prima persona questo itinerario intellettuale e spirituale, ha saputo renderlo nelle sue opere con tanta immediatezza, profondità e sapienza, riconoscendo in due altri celebri passi delle Confessiones (IV, 4, 9 e 14, 22) che l'uomo è "un grande enigma" (magna quaestio) e "un grande abisso" (grande profundum), enigma e abisso che solo Cristo illumina e salva. Questo è importante:  un uomo che è lontano da Dio è anche lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a sé, al suo vero io, alla sua vera identità.
L'essere umano - sottolinea poi Agostino nel De civitate Dei (XII, 27) - è sociale per natura ma antisociale per vizio, ed è salvato da Cristo, unico mediatore tra Dio e l'umanità e "via universale della libertà e della salvezza", come ha ripetuto il mio predecessore Giovanni Paolo II (Augustinum Hipponensem, 21):  al di fuori di questa via, che mai è mancata al genere umano - afferma ancora Agostino nella stessa opera - "nessuno è stato mai liberato, nessuno viene liberato, nessuno sarà liberato" (De civitate Dei, X, 32, 2). In quanto unico mediatore della salvezza, Cristo è capo della Chiesa e a essa è misticamente unito al punto che Agostino può affermare:  "Siamo diventati Cristo. Infatti se egli è il capo, noi le sue membra, l'uomo totale è lui e noi" (In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8). Popolo di Dio e casa di Dio, la Chiesa nella visione agostiniana è dunque legata strettamente al concetto di Corpo di Cristo, fondata sulla rilettura cristologica dell'Antico Testamento e sulla vita sacramentale centrata sull'Eucaristia, nella quale il Signore ci dà il suo Corpo e ci trasforma in suo Corpo. È allora fondamentale che la Chiesa, popolo di Dio in senso cristologico e non in senso sociologico, sia davvero inserita in Cristo, il quale - afferma Agostino in una bellissima pagina - "prega per noi, prega in noi, è pregato da noi; prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio:  riconosciamo pertanto in lui la nostra voce e in noi la sua" (Enarrationes in Psalmos, 85, 1). Nella conclusione della lettera apostolica Augustinum Hipponensem Giovanni Paolo II ha voluto chiedere allo stesso santo che cosa abbia da dire agli uomini di oggi e risponde innanzi tutto con le parole che Agostino affidò a una lettera dettata poco dopo la sua conversione:  "A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità" (Epistulae, 1, 1); quella verità che è Cristo stesso, Dio vero, al quale è rivolta una delle preghiere più belle e più famose delle Confessiones (X, 27, 38):  "Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo, e nelle bellezze che hai creato, deforme, mi gettavo. Eri con me, ma io non ero con te. Da te mi tenevano lontano quelle cose che, se non fossero in te, non esisterebbero. Hai chiamato e hai gridato e hai rotto la mia sordità, hai brillato, hai mostrato il tuo splendore e hai dissipato la mia cecità, hai sparso il tuo profumo e ho respirato e aspiro a te, ho gustato e ho fame e sete, mi hai toccato e mi sono infiammato nella tua pace". Ecco, Agostino ha incontrato Dio e durante tutta la sua vita ne ha fatto esperienza al punto che questa realtà - che è innanzi tutto incontro con una Persona, Gesù - ha cambiato la sua vita, come cambia quella di quanti, donne e uomini, in ogni tempo hanno la grazia di incontrarlo. Preghiamo che il Signore ci dia questa grazia e ci faccia trovare così la sua pace.


(©L'Osservatore Romano - 31 gennaio 2008)
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giovedì, 31 gennaio 2008

   

SAN GIOVANNI  BOSCO 

 
Sacerdote (1815-1888)

 

Di famiglia povera, ma ricco di doti, fu mosso da speciale vocazione divina a dedicarsi totalmente alla gioventù. Dinamico e concreto, da ragazzo fondò fra i coetanei la «società dell’allegri», sulla base di «guerra al peccato».Fatto sacerdote, sentì e affermò sempre di dovere la sua opera a Maria Ausiliatrice. Iniziò con i giovani in cerca di lavoro: diede loro una casa, un cuore amico, istruzione e protezione, assicurando per essi onesti contratti di lavoro; creò scuole professionali, laboratori. Offrì uguale assistenza agli studenti. Indirizzò i giovani a conquistare un posto nel mondo, aiutandoli a raggiungere competenza e abilità professionali; li orientò alla vita cristiana, curando molto la formazione religiosa, la frequenza ai sacramenti, la devozione a Maria. Zelò le vocazioni. Cercò fra i suoi ragazzi i migliori collaboratori alla sua opera, avendo l’ineguagliabile arte di formare ciascuno secondo la sua personalità. Con loro formò i «Salesiani» e intraprese una vasta opera missionaria. Con santa Maria Domenica Mazzarello fondò le«Figlie di Maria Ausiliatrice; come collaboratori esterni, uomini e donne, creò i «Cooperatori», salesiani nel mondo. Anticipatore in molti campi della vita ecclesiale, Don Bosco, tanto bonario e semplice, ma di acuto ingegno e di forte capacità di azione, è tipo di apostolo dei tempi nuovi. La sua pedagogia cristiana, attuata con abilità di genio ed efficacia di santo, mira a «prevenire» i mali a«preservare» la gioventù con l’intelligente comprensione, l’adattamento alle sue esigenze, con ragionevolezza, confidenza, carità, allegria, espressioni tutte della «presenza» costante dell’educatore: «Che i giovani sappiano di essere amati». Già vecchio, poteva dire di sé: «Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani». Tra i più bei frutti della sua pedagogia, san Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: «Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri».

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giovedì, 31 gennaio 2008
 

 Imitare Gesù e lasciarsi guidare dall'amore

Dalle «Lettere di san Giovanni Bosco

Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere. Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo. Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione. Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza  e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio.Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (4r.Mt 11,29). Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione. In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita. Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi. Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.  

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mercoledì, 30 gennaio 2008

Il Papa per la Quaresima 2008: l'elemosina è amore non filantropia


Con l’elemosina regaliamo qualcosa di materiale, segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri con l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui nome c’è la vita vera.

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martedì, 29 gennaio 2008

Se ami te stesso, ami gli altri come ami te stesso. Finchè amerai un’altra persona meno di te stesso, non riuscirai mai ad amare te stesso, ma se ami tutti nello stesso modo, compreso te stesso, li amerai come una persona, e quella persona è sia Dio sia l’uomo. E’ grande e giusto chi, amando se stesso, ama in ugual modo il suo prossimo!

Meister Eckhart

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martedì, 29 gennaio 2008
 Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici: egli salva dalla tomba la mia vita, mi corona di grazia e misericordia !
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lunedì, 28 gennaio 2008

 «La 194 non ci piace, ma non incitiamo alla rivolta. In Italia non c'è ingerenza della Chiesa»

 «Le donne veramente libere non abortiscono. La donna in molti casi abortisce proprio perché non è libera e la si rende tale se le si dà la possibilità concreta di non abortire». È la posizione sostenuta dal cardinale Camillo Ruini nel corso della registrazione della trasmissione Otto e mezzo, che andrà in onda lunedì sera su La7. «L'aborto è un dramma per la donna, per il marito, per tutta la famiglia. È questo il modo corretto di porsi di fronte a ciò».

LA LEGGE 194 - La 194 (che depenalizza l'aborto nelle prime settimane di gestazione, ndr) è una legge «intrinsecamente cattiva, che autorizza l'uccisione di un essere umano innocente. Ma esiste il gioco democratico: se una legge viene approvata dal Parlamento possiamo dire che non ci piace, che è ingiusta, ma non incitiamo alla rivolta», ha aggiunto l'ex presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei). «Altra cosa è se i cattolici si fanno promotori di leggi eticamente sbagliate», ha detto Ruini riferendosi alla proposta di legalizzare le unioni di fatto. «Un tempo i democristiani soccombevano in Parlamento, ma non si facevano promotori di iniziative legislative contrarie alla dottrina cattolica».

MORATORIA - Per quanto riguarda la proposta di una moratoria internazionale dell'aborto che l'Onu dovrebbe promuovere, Ruini si è detto «totalmente d'accordo. Cedo che in Italia ci sia una piena convergenza tra le forze politiche. Non si può imporre l'aborto con una legge dello Stato». L'ex presidente della Cei ha evitato, «parlando a titolo personale», di utilizzare la parola «omicidio» per l'aborto, ma ritiene che l'aborto «sopprima un essere umano vivente. Non uso la parola omicidio, ma per essere chiari e non confondere la realtà non si deve nemmeno parlare di interruzione volontaria di gravidanza. Il linguaggio non deve occultare la realtà. La Chiesa non ha un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole. Negli anni passati, 85 mila aborti sono stati evitati grazie all'intervento dei Centri di aiuto alla vita», ha ricordato il cardinale.

INGERENZA - Quanto alle accuse di ingerenza, per Ruini «in Italia l'intervento della Chiesa ha un'efficacia maggiore rispetto a quanto avviene in altri Paesi più secolarizzati», ma «bisogna sfatare l'idea che in Italia ci sia una maggior attenzione della Chiesa verso la politica interna rispetto ad altri Paesi». Resta invece «il diritto-dovere della Chiesa a intervenire su questioni pubbliche. Oggi lo sviluppo tecnologico sta proponendo problemi etici drammatici anche a livello legislativo, di cui la Chiesa non può disinteressarsi».

«LA SEGRETARIA MI CHIAMA EMINENS» - Al termine della registrazione del programma di Ferrara il cardinale ha rivelato, scherzando con i giornalisti presenti, che anche la sua segretaria ormai lo chiama «Eminens! Eminens!» imitando Luciana Littizzetto che la domenica sera, dagli schermi di "Che tempo che fa", su Rai3, puntualmente si rivolge con ironia all'ex presidente della Cei chiamandolo, appunto, «Eminens». Un incontro tra i due non c'è ancora stato. Ai giornalisti che gli chiedevano di pensarci, Ruini ha solo risposto con un sorriso.




Corriere della sera 28 gennaio 2008

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