sul discorso del Papa alla Sapienza
La verità è il cibo della ragione
Un appuntamento affollato e molto seguito da docenti e da studenti universitari quello svoltosi nel pomeriggio del 30 gennaio nell'aula Gemelli dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. Motivo dell'incontro lo svolgimento di un colloquio sul discorso di Papa Benedetto XVI all'Università "La Sapienza" di Roma - mai pronunciato di persona in seguito ai noti fatti - da parte di due relatori: l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano "Il Foglio". Ha introdotto gli interventi Lorenzo Ornaghi, rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha ricordato gli anni trascorsi da Ravasi a Milano come Prefetto dell'Ambrosiana e l'undicesimo compleanno del giornale di Giuliano Ferrara, che ha iniziato la pubblicazione il 30 gennaio 1996. Ornaghi ha inoltre ricordato che l'incontro di Roma è il primo di due appuntamenti per i colloqui sul discorso di Benedetto XVI a "La Sapienza". Il prossimo si svolgerà il 4 febbraio presso la sede di Milano dell'Università Cattolica. I relatori saranno Giorgio Israel, ordinario di matematiche complementari all'Università "La Sapienza", Salvatore Veca, ordinario di filosofia politica all'Istituto universitario di studi superiori di Pavia, Serena Vitale, ordinario di lingua e letteratura russa all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ciò che maggiormente ha colpito Ornaghi del discorso di Benedetto XVI è l'interrogarsi sulla natura e la missione dell'università, specie se riferita a una università come questa che non ha solo come aggettivo accessorio la qualifica di "cattolica". Il rettore ha sottolineato nelle parole del Papa il richiamo insistente alla ragione, a "quel Dio che è Ragione Creatrice e al contempo Ragione Amore". Ha inoltre citato la parte conclusiva del discorso quando Benedetto XVI afferma che "Il pericolo del mondo occidentale (...) è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. (...) Se però la ragione (...) diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita (...) Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma". Queste parole di Benedetto XVI per Ornaghi hanno un grande valore nel contesto universitario dove non solo si ricerca, si insegna e si studia ma spesso ci si chiede che cosa debba fare davvero l'Università, una istituzione il cui compito non è certo quello di scomporre bensì di contribuire a comporre. "Strepitoso, folgorante e intellettualmente ironico": così Ferrara, ha definito l'inizio del discorso del Papa. Questo - ha aggiunto - nonostante le circostanze imbarazzanti che hanno impedito a Benedetto XVI, benché invitato a pronunciarlo, di essere presente. Circostanze determinate da proteste che si fondavano su una interpretazione equivoca e fondamentalmente sbagliata di una conferenza del Papa su Galileo Galilei. Un discorso degno di un grande professore, di un grande teologo, di un grande filosofo e uomo di scienza, intendendo per scienza anche ma non soltanto la teologia; un grande discorso di libertà e razionalità in un luogo che per un momento aveva abbandonato i principi laici dell'accoglienza e della libertà di parola. Il discorso del Papa, invece, inizia proprio con un omaggio all'università laica e alla sua autonomia. Una università che - afferma Benedetto XVI - deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Il Papa parla in quanto vescovo di Roma "sorvegliante" e pastore di una comunità di credenti che vive nel mondo, una Chiesa pellegrina, una Chiesa in cammino che non è del mondo, ma è nel mondo. Questo del Papa evidentemente non è un discorso da professore a professore; è invece un discorso del Vescovo di Roma, del Pontefice, un discorso fatto in questa veste propria a una istituzione laica nella sua autonomia e con rispetto della sua natura, che si basa esclusivamente sull'autorità della verità. Il Papa esprime la grande istanza della fede: credere nel vero uomo e vero Dio, nel suo messaggio e nella sua resurrezione. Per questo Benedetto XVI si pone anche come una "voce della ragione etica dell'umanità". Il Papa cita John Rawls. Questo filosofo contemporaneo esclude la possibilità di assorbire integralmente un complesso di fede religiosa nella ragione pubblica, ma avverte che non si può fare a meno del "fondo storico dell'umana sapienza" che è incorporato nella religione, nella Chiesa e nella comunità di fede. Giuliano Ferrara ha rilevato, inoltre, come il Papa, parlando della disputa sul rapporto teoria e prassi, abbia fatto riferimento al concetto medioevale di università articolata in quattro Facoltà. Passando al presente, ha aggiunto citando ancora il Papa, "è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo". È in questo passaggio - sottolinea Ferrara - che Benedetto XVI fa riferimento a Jürgen Habermas quando dice che "la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti". Riguardo a questa "forma ragionevole" il Papa annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità (...) È detto bene ma è cosa molto difficile a trasformarsi in una prassi politica". L'arcivescovo Ravasi si è dichiarato "imbarazzato" dovendo intervenire dopo la glossa al testo del Papa di Giuliano Ferrara che, ha sottolineato, ne ha centrato la sostanza. Il tema affrontato da Ravasi è quello della università come legata esclusivamente all'autorità della verità. In un'altra citazione tratta dal discorso si dice che l'intima origine dell'università sta nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Questo è un punto di partenza valido sia per il non credente sia per il credente. Poi partendo dalla frase di Agostino intellectum valde ama (ama fortemente l'intelletto) e nella scia di questa brama di conoscenza, Socrate afferma il dissolvimento della nebbia della ragione mitologica, falsa ragione per far posto a quella scoperta di Dio che è ragione creatrice e al contempo ragione amore. Anche il non credente sa che esiste un itinerario che non è quello della ragione formale, razionalità in senso tradizionale. Chi si innamora vive una esperienza che ha una logica profonda analoga a quella della poesia. La logica dell'amore è alla fine di un percorso che fa parte della brama di conoscenza che non è identificabile semplicemente con la ragione creatrice. Dissolvendo il velo delle ambigue ragioni, è indispensabile riuscire a ritrovare la vera ragione. Quindi la verità va conquistata sia attraverso la ragione-creatrice sia con la ragione-amore. Ravasi ha citato Hobbes per quello che ha scritto al capitolo ventiseiesimo del Leviatano: Auctoritas, non veritas, facit legem, in riferimento al positivismo del diritto legislativo. Il Papa, ha aggiunto Ravasi, ricorda che "la verità non è soltanto teorica. Agostino, nel porre una relazione tra le Beatitudini del Discorso della montagna e i doni dello spirito menzionati in Isaia, ha affermato una reciprocità tra scientia e tristitia: il semplice sapere, dice, rende tristi". Quindi l'importanza di Veritas et Amor, verità e bontà, la caratteristica del messaggio cristiano. Verità che è cibo sia alla ragione logica sia a quella che ama. Per questo motivo Benedetto XVI fa una analisi dell'università medioevale che con le sue quattro facoltà - medicina, giurisprudenza, filosofia, teologia - teneva insieme in un nodo d'oro la diversità e la complessità della realtà. Orizzontalità e verticalità si incontrano sempre a costituire il concetto di verità.
(©L'Osservatore Romano - 1 febbraio 2008)




Le due affermazioni di Agostino esprimono con efficace immediatezza e con altrettanta profondità la sintesi di questo problema, nella quale la Chiesa cattolica vede espresso il proprio cammino. Storicamente questa sintesi va formandosi, prima ancora della venuta di Cristo, nell'incontro tra fede ebraica e pensiero greco nel giudaismo ellenistico. Successivamente nella storia questa sintesi è stata ripresa e sviluppata da molti pensatori cristiani. L'armonia tra fede e ragione significa soprattutto che Dio non è lontano: non è lontano dalla nostra ragione e dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino al nostro cuore e vicino alla nostra ragione, se realmente ci mettiamo in cammino. Proprio questa vicinanza di Dio all'uomo fu avvertita con straordinaria intensità da Agostino. La presenza di Dio nell'uomo è profonda e nello stesso tempo misteriosa, ma può essere riconosciuta e scoperta nel proprio intimo: non andare fuori - afferma il convertito - ma "torna in te stesso; nell'uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un'anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione" (De vera religione, 39, 72). Proprio come egli stesso sottolinea, con un'affermazione famosissima, all'inizio delle Confessiones, autobiografia spirituale scritta a lode di Dio: "Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te" (I, 1, 1). La lontananza di Dio equivale allora alla lontananza da se stessi: "Tu infatti - riconosce Agostino (Confessiones, III, 6, 11) rivolgendosi direttamente a Dio - eri all'interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta", interior intimo meo et superior summo meo; tanto che - aggiunge in un altro passo ricordando il tempo antecedente la conversione - "tu eri davanti a me; e io invece mi ero allontanato da me stesso, e non mi ritrovavo; e ancora meno ritrovavo te" (Confessiones, V, 2, 2). Proprio perché Agostino ha vissuto in prima persona questo itinerario intellettuale e spirituale, ha saputo renderlo nelle sue opere con tanta immediatezza, profondità e sapienza, riconoscendo in due altri celebri passi delle Confessiones (IV, 4, 9 e 14, 22) che l'uomo è "un grande enigma" (magna quaestio) e "un grande abisso" (grande profundum), enigma e abisso che solo Cristo illumina e salva. Questo è importante: un uomo che è lontano da Dio è anche lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a sé, al suo vero io, alla sua vera identità. 
