IL PAPA AI VESCOVI ITALIANI

IL PAPA AI VESCOVI ITALIANI

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VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
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Il mese che la devozione popolare cristiana vuole dedicato in particolare al culto della Madre di Dio si chiude con la festa liturgica che ricorda il secondo «mistero gaudioso». Maria vergine andò sollecita dalla cugina Elisabetta per offrire i servizi che una giovane donna può compiere per una donna anziana, che attende di diventare madre. Maria fu pure mossa dal desiderio di comunicare alla cugina la gioia che essa provava per la «meraviglia» operata in lei dal Signore. A queste ragioni umane Luca ne aggiunge un’altra di ordine divino. Il frasario che egli usa per riferire il fatto fa capire che l’abitazione di Dio in mezzo agli uomini si colloca su un nuovo piano anche nella persona di Maria. Mentre porta il suo bambino, ella è la vera dimora di Dio e come tale viene riverita dalla cugina. Ecco dunque che Dio viene ad abitare fra gli uomini, ma la dimora non e più un tempio di pietra è una persona! D’ora innanzi non sarà più con le pietre che si edificherà la abitazione di Dio sulla terra, ma con la fede, la carità, la dedizione, la speranza. La festa della «Visitazione» è stata celebrata dai Francescani fin dal secolo XIII. Papa Bonifacio IX la introdusse nel calendario universale della Chiesa e Clemente VIII (1608) compose i testi liturgici dell’officiatura precedente l’ultima riforma. Tradizionalmente celebrata il 2 luglio, questa festa è stata anticipata dal nuovo calendario per armonizzarla con la memoria degli avvenimenti del Vangelo lungo l’anno liturgico, ponendola tra l’Annunciazione del Signore il 25 marzo e la nascita di Giovanni Battista il 24 giugno. L’Eucaristia, mentre celebra oggi il fatto della visita di Maria alla cugina Elisabetta, attua la incessante «visita» di Dio alla sua Chiesa e alla nostra assemblea, per fare di ognuno un «portatore di Cristo». |
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Maria magnifica il Signore che opera in lei «L'anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l'eternità. Magnifica il Signore l'anima di colui che volge a lode e gloria del Signore tutto ciò che passa nel suo mondo interiore, di colui che, osservando i precetti di Dio, dimostra di pensare sempre alla potenza della sua maestà.Esulta in Dio suo salvatore, lo spirito di colui che solo si diletta nel ricordo del suo creatore dal quale spera la salvezza eterna.Queste parole, che stanno bene sulle labbra di tutte le anime perfette, erano adatte soprattutto alla beata Madre di Dio. Per un privilegio unico essa ardeva d'amore spirituale per colui della cui concezione corporale ella si rallegrava. A buon diritto ella poté esultare più di tutti gli altri santi di gioia straordinaria in Gesù suo salvatore. Sapeva infatti che l'autore eterno della salvezza, sarebbe nato dalla sua carne, con una nascita temporale e in quanto unica e medesima persona, sarebbe stato nello stesso tempo suo figlio e suo Signore.«Cose grandi ha fatto a me l'onnipotente e santo è il suo nome».Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono. Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l'inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell'incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima. Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote |
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SACRATISSIMO CUORE DI GESU' Dio ci ama con cuore di uomo Al centro del mistero del mondo c’è Gesù Cristo. Al centro del mistero di Gesù Cristo c’è la sua morte che si schiude nella risurrezione. Al centro del mistero della sua morte c’è il suo amore, il suo cuore. Per questo possiamo dire che la celebrazione della festa del Cuore di Cristo conduce all’essenza del cristianesimo: la persona di Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, svelato fin nel mistero più intimo dei suo essere, fino alle profondità da cui scaturiscono tutte le sue parole e le sue azioni: il suo amore filiale e fraterno fino alla morte. |
Tutta la legge ha la sua pienezza in un solo precetto: amerai Dio e il prossimo tuo come te stesso !
Gal 5, 14
Non abbiate debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; chi ama il suo simile ha adempiuto la legge, e pieno compimento della legge è l'amore.
Rm 13, 8. 10
Tutta la mia speranza è risposta nella tua grande misericordia !
Dove ti ho trovato per conoscerti? Sicuramente non eri presente alla mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti ho trovato per conoscerti se non in te al di sopra di me? Ma tale sede non è per nulla un luogo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo ad essa, è vero, ma, pur tuttavia, non è assolutamente un luogo. Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse. Tu rispondi con chiarezza, ma non tutti ti comprendono con chiarezza. Tutti ti interrogano su ciò che cercano, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te. Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu eri dentro e io fuori, e lì cercavo. Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l'ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace.
Quando aderirò a te con tutto me stesso, non vi sarà più posto per il dolore e la fatica, e la mia vita sarà viva, tutta piena di te. E' un fatto che tu sollevi chi riempi; e poiché io non sono ancora pieno di te, sono di peso a me stesso. In me le mie deprecabili gioie contrastano con le mie tristezze di cui dovrei rallegrarmi, e non so da quale parte stia la vittoria.
Ahimè! Abbi la pietà di me, Signore. Le mie cattive tristezze contrastano con le gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè! Abbi pietà di me, Signore! Ahimè! Ecco, io non nascondo le mie ferite; tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero. Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra? (cfr. Gb 7, 1). Chi vorrebbe molestie e difficoltà? Tu ci comandi di sopportarle, non di amarle. Nessuno ama quello che sopporta, anche se ama di sopportare; avviene che uno può godere di sopportare, ma tuttavia preferisce che non esista quello che deve sopportare. Nelle avversità desidero prosperità, nella prosperità temo le avversità. Qual è il giusto mezzo tra questi estremi, dove l'uomo non abbia un simile duro lavoro sulla terra? Guai alle prosperità del mondo, doppiamente indesiderabili e per il timore dell'avversità e per la caducità della gioia! Guai alle avversità del mondo, e una e due e tre volte e per il desiderio della prosperità, e perché l'avversità stessa è ben dura e la sopportazione fa naufragio! La vita dell'uomo sulla terra non è forse un duro lavoro (cfr. Gb 7, 1) senza mai una pausa?
E allora ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia.
Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo
Dal Vangelo secondo Marco 10,28-31.
Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Il Commento
Pietro, nel Vangelo di oggi, ancora una volta dà voce alla Chiesa in una professione di fede che è un atto d'amore. Ma è un balbettio, non è ancora fede adulta. Centrale è infatti l'enfasi su quel "noi abbiamo...." che, nei paralleli, si fa anche domanda. Vi è ancora la carne che cerca un premio, un riconoscimento. Altre volte gli apostoli chiederanno a Gesù i posti migliori, riconoscimenti ufficiali. Per questo, nelle parole di Pietro possiamo ravvisare la tensione che sempre anima la Chiesa. E' vero che i suoi figli son quelli che hanno lasciato tutto per seguire il Signore. Ma è ancor più vero che l'abbandono di ogni sicurezza mondana è proprio l'impossibile fatto possibile da Dio, il miracolo che fa presente il Cielo, quello di cui ha parlato Gesù nel passo immediatamente precedente. Seguire Gesù è innanzitutto una liberazione. E' il segno di un incontro con la misericordia che strappa dalla schiavitù del peccato e della carne. La Chiesa che segue Gesù sul cammino della precarietà è così un segno per il mondo, una profezia del Cielo per tutti gli uomini. Per questo la risposta di Gesù indica un nuovo modo di vivere sulla terra, quello di coloro che non sono del mondo pur essendo nel mondo. Le parole di Gesù mostrano come nella Chiesa vi sia un rapporto nuovo tra le persone, un anticipo della vita beata che si inca rna nella comunione dei santi. Ovunque i cr! istiani sono a casa propria. Non vi sono barriere legate alla razza, alla lingua, alla condizione sociale. Ovunque vi sono fratelli, sorelle, madri, figli. Ovunque la vita è feconda, e piena, e realizzata. Per questo anche Pietro, e la Chiesa, nella continua tensione tra il Cielo e la terra, è chiamata ad uscire da se stessa, dai vincoli della carne; la Chiesa è ogni giorno chiamata a conversione, a lottare con la tentazione di costruire qui la propria patria, di farsi agenzia sociale, di restringere i propri orizzonti e mettere se stessa al servizio di ideali pur nobili ma carnali, di farsi promotrice di assicurazioni per la terra e non per il Cielo, di mettere radici, di cercare riconoscimenti mondani, di sfuggire, in qualche modo, alle persecuzioni. Non a caso infatti le parole di Gesù che annunciano per la Sua Sposa il centuplo già in questo mondo profetizzano, contemporaneamente, per essa le persecuzioni. La missione della Chiesa e di ogni suo membro consiste nell'essere un segno di con traddizione, una denuncia piena d'amore che, mostrando una vita diversa da quella mondana, ne attira, conseguentemente, le reazioni, anche le più violente. Il rifiuto di chi non accetta che vi sia la possibilità di una vita migliore, più autentica di quella che il mondo propone e che si possiede, e per la quale ci si sforza e si lotta. Il rigetto di chi s'è fatto da solo, e i propri criteri sono il tesoro più geloso. Basta ricordare come, tra gli invitati al banchetto, vi siano anche quelli che non solo non accettano l'invito, ma uccidono gli inviati del Signore, segno di un'ira incontrollata che non può accettare un invito che annunci in qualche modo la propria pochezza, la propria incompletezza. L'orgoglio e la gelosia demoniache emergono con violenza all'apparire della Chiesa. Per questo le parole di Gesù sono anche oggi per tutti noi una luce importantissima. Ci chiamano a conversione. Innanzi tutto ci scrutano perchè possiamo renderci conto, oggi, su che cosa stiamo fondando la nostra vita. Se vi siano compromessi tra Ge! sù e il mondo. Le parole di Gesù illuminano il nostro modo di seguire il Signore. E poi, penetrando più a fondo, ci rivelano i nostri sentimenti più profondi. Stiamo forse camminando nella Chiesa con qualche pretesa? Abbiamo sì lasciato tutto, come preti, suore, catechisti, famiglie missionarie, oppure aprendoci alla vita con il quarto, quinto, nono figlio, o ci stiamo provando seriamente con il denaro, ma il cuore che cosa sta cercando davvero? Abbiamo fatto l'esperienza che essere cristiani, essere con Gesù, seguirlo nella Chiesa è stata ed è per noi una liberazione, una Grazia, un'elezione gratuita e meravigliosa, oppure, celata dietro ad un'apparenza di dedizione, vi è la mormorazione, l'attesa di una ricompensa, un'esigenza? Il cuore nostro è oggi colmo di gratitudine o no? Gesù è oggi la nostra ricompensa, quella che sazia di beni e di felicità la nostra vita oppure stiamo cercando qualcosa d'altro? Comunque stiano le cose accogliamo oggi le parole di Gesù come una Buona Notizia, come una parola capace di compiersi nella nostra vita, spezando le catene che ancora ci fanno schiavi: la reputazione, l'onore, il denaro, la concupiscienza, i nostri progetti, i nostri criteri. I nostri ideali. E abbandoniamoci all'amore di Dio, l'unico che, anche oggi, può colmare la nostra vita donandoci una famiglia meravigliosa, quella dei santi figli di Dio.
Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo