giovedì, 31 luglio 2008

SANT'IGNAZIO DI LOYOLA 
Provate gli spiriti se sono da Dio

Essendo stato appassionato divoratore di romanzi e d'altri libri fantasiosi sulle imprese mirabolanti di celebri personaggi, quando cominciò a sentirsi in via di guarigione, Ignazio domandò che gliene fossero dati alcuni tanto per ingannare il tempo. Ma nella casa, dove era ricoverato, non si trovò alcun libro di quel genere, per cui gliene furono dati due intitolati «Vita di Cristo» e «Florilegio di santi», ambedue nella lingua materna. Si mise a leggerli e rileggerli, e man mano che assimilava il loro contenuto, sentiva nascere in sé un certo interesse ai temi ivi trattati. Ma spesso la sua mente ritornava a tutto quel mondo immaginoso descritto dalle letture precedenti. In questo complesso gioco di sollecitazioni si inserì l'azione di Dio misericordioso. Infatti, mentre leggeva la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: «E se facessi anch'io quello che ha fatto san Francesco; e se imitassi l'esempio di san Domenico?». Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Un tale susseguirsi di stati d'animo lo occupò per molto tempo. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo. Tuttavia egli non avvertiva né dava peso a questa differenze fino a che, aperti un giorno gli occhi della mente, incominciò a riflettere attentamente sulle esperienze interiori che gli causavano tristezza e sulle altre che gli portavano gioia. Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costatò che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti.

Dagli «Atti» raccolti da Ludovico Consalvo dalla bocca di sant'Ignazio

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mercoledì, 30 luglio 2008

San Giustino De Jacobis da San Fele Vescovo

San Fele (Potenza), 9 ottobre 1800 - Zula (Eritrea), 31 luglio 1860

Giustino de Jacobis divenne Abuna Jacob per le popolazioni etiopi. E quando Paolo VI lo proclamò santo nel 1975, l'episcopato di quel Paese lo definì «il padre della Chiesa d'Etiopia». Nato a San Fele (Potenza) nel 1800, nel 1824 divenne prete nella Congregazione della missione di san Vincenzo de' Paoli. Curò i colerosi a Napoli nel 1836-37 e due anni dopo partì per il Tigrè, operando ad Adua e Adi Kwala. Qui eresse un seminario per preti locali, il Collegio dell'Immacolata. Ma non fu la sua unica intuizione in anticipo sui tempi. Entrò, infatti, in dialogo con i cristiani copti. Uno di essi, Ghebrè Michail, passò al cattolicesimo e aiutò il missionario nell'opera di inculturazione della fede. Ma quando Abuna Jacob venne ordinato vescovo - da Guglielmo Massaia - ne sorse un contrasto con il vescovo copto. E una persecuzione: Ghebrè Michail morì in carcere, mentre Giustino, espulso, si spense a Zula (Eritrea) il 31 luglio 1860. (Avvenire)

Etimologia: Giustino = onesto, probo (sign. Intuitivo)

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Nella valle di Alighede in Etiopia, san Giustino De Iacobis, vescovo della Congregazione della Missione, che, mite e pieno di carità, si impegnò nelle opere di apostolato e nella formazione del clero locale, patendo poi la fame, la sete, le tribolazioni e il carcere.


San Giustino de Jacobis nasce in San Fele (Potenza) il 9 ottobre 1800 da Giovanni Battista e Giuseppina Muccia. Intorno al 1812, la famiglia, forse per motivi economici, si trasferisce a Napoli. Nel 1818, il padre carmelitano Mariano Cacace, intuita la vocazione del giovane, lo indirizza verso la comunità dei missionari vincenziani; proseguendo i suoi studi, Giustino de Jacobis si sposta in Puglia e proprio in questa terra, il 18 giugno 1824, a Brindisi, nella cattedrale, è ordinato sacerdote dall'arcivescovo Giuseppe Maria Tedeschi (1819 - 1825). Nella stessa Puglia il de Jacobis trascorre i suoi primi anni di sacerdozio e tra il 1824 ed il 1836 è a Monopoli e Lecce. Nel 1836 rientra a Napoli dove imperversa un'epidemia di colera; il sacerdote sanfelese ha modo allora di dimostrare il suo spirito di dedizione verso i tantissimi malati che i vincenziani curano. In coincidenza della processione dell'Immacolata, l'epidemia è completamente sconfitta; a Napoli, nella chiesa di San Nicola, si conserva tuttora la statua della Vergine che anche Giustino de Jacobis trasportò a spalla.
Nel 1838, il padre vincenziano Giuseppe Sapeto avvia una missione ad Adua che viene rafforzata con l'arrivo, il 13 ottobre 1839, su sollecitazione di Propaganda Fide, di Giustino de Jacobis, allora superiore alla napoletana casa dei Vergini, che assume la responsabilità della regione del Tigrè erigendosi così la prima vera missione col titolo di vicariato d'Abissinia. Nel 1841 è affiancato da due confratelli italiani: padre Lorenzo Bianchieri e Giuseppe Abbatini. Altri risultati della missione giungeranno più avanti con la conversione al cattolicesimo del monaco etiopico Gebre Mikael e circa 5.000 indigeni Si fondano altri centri missionari a Gondar, Enticciò, Guala, con annesso seminario da cui nel 1852 usciranno 15 sacerdoti, Alitiena, Halai, Hebo, Cheren. Tra tutti i luoghi attraversati, nella vita missionaria di Giustino de Jacobis, ricopre una notevole importanza la città di Hebo dove le sue spoglie sono conservate e venerate.
Il vescovo cappuccino mons. Guglielmo Massaia lo consacra vescovo titolare di Nilopoli l'8 gennaio 1849. Col martirio del primo sacerdote indigeno, l'abba Gebre Mikael, nel 1855, l'esilio del de Jacobis e la sua morte il 31 luglio 1860, ad Eidale, nella valle Alighedé, lungo il sentiero che da Massaua porta all'altopiano, in seguito alla persecuzione del negus Teodoro II (1855 - 68), si chiude questa prima esperienza missionaria.
Il 25 luglio 1939 Giustino de Jacobis è beatificato e nel 1975, in coincidenza con l'anno santo, proclamato santo. In Brindisi il santo è ricordato nel titolo della parrocchiale del quartiere Bozzano, canonicamente eretta il 14.5.1978, e da un'epigrafe nella basilica Cattedrale:
IN QUESTO SACRO TEMPIO
IL BEATO GIUSTINO DE JACOBIS
MISSIONARIO DI S.VINCENZO DE PAOLI
PRIMO VICARIO AP[OSTOLICO] D'ABISSINIA
FU CONSACRATO SACERDOTE
IL 18 GIUGNO 1824
LE FIGLIE DELLA CARITÀ CON ARCIVESCOVO – CAPITOLO
POPOLO ESULTANTE
RICORDANDOLO CON SOLENNI FESTEGGIAMENTI IL 21

Fa le sue prime esperienze e corre i suoi primi rischi nel 1836-37 curando i colerosi di Napoli, nell’epidemia che provoca quindicimila morti in città, dopo aver colpito il Nord e il Centro Italia (e farà altre stragi in Sicilia). Giustino De Jacobis appartiene alla “Congregazione della Missione” di san Vincenzo de’ Paoli. Settimo dei 14 figli di una famiglia lucana, Giustino è stato ordinato sacerdote a Brindisi nel 1824. Nel 1839 arriva come missionario in Etiopia e il suo campo di lavoro è il Tigré: principalmente Adua, e poi Guala (Adi Kwala) dove pensa subito a formare preti etiopici, dando vita a un seminario chiamato “Collegio dell’Immacolata”. Questo è già territorio cristiano (con una presenza di islamici): c’è la Chiesa copta, che non è stata mai unita a Roma, e la cui dottrina monofisita non ammette in Cristo una natura umana insieme a quella divina. Giustino De Jacobis avvicina i copti con rispetto e amicizia; ne porta alcuni con sé in un viaggio a Roma e in Terrasanta, senza chiedere conversioni. Uno di essi, però, Ghebré Michaïl, nato nel Goggiam, si fa cattolico, diventa sacerdote e maestro del seminario, pubblicando una grammatica e un dizionario della lingua locale. Valorizzare le culture che incontra: anche questo fa parte della “linea De Jacobis” in missione. Nella regione cresce la popolarità di Abuna (padre) Jacob, come lo chiamano, e si sviluppa la comunità cattolica, che entra però in conflitto col vescovo copto Abuna Salama, specie quando De Jacobis viene nominato vescovo e vicario apostolico (lo consacra il grande Guglielmo Massaia, vescovo dei Galla sull’altopiano etiopico, nel 1849).
Il contrasto diviene persecuzione quando un piccolo capo della zona di Gondar, Kasa, sottomette i ras proclamandosi imperatore col nome di Teodoro II. Spinto dall’Abuna Salama, fa poi imprigionare De Jacobis con i suoi sacerdoti; e uno di essi, il dotto Ghebré Michaïl, muore di stenti in catene (sarà beatificato nel 1926). A questo punto Salama scrive a Teodoro: "Devi cacciare l’Abuna Jacob. Ma non lo uccidere: è un santo!". Così il vescovo Giustino viene espulso con un gruppetto dei suoi fedelissimi, e muore di sfinimento nella zona più torrida dell’Eritrea, presso Zula, mentre cerca di raggiungere il porto di Massaua. "Giustino De Jacobis è stato padre per la Chiesa d’Etiopia", scrivono i vescovi etiopici nell’Anno santo 1975 al papa Paolo VI, che lo ha proclamato santo il 26 ottobre. In quell’occasione, ricordando l’anticipatrice visione ecumenica di Giustino, il Pontefice affermava: "Volle accostare i Copti etiopici, e anche i fedeli musulmani; e, pur se per questo andò incontro a gravi ostilità e incomprensioni, intese dare incremento ai valori cristiani ivi esistenti, mirando all’unità e all’integrità della fede". E ha poi aggiunto: "Ha un solo torto, quello d’essere troppo poco conosciuto". Le sue ultime parole furono di raccomandazione e di affetto verso i suoi discepoli:
"Figli miei, tutti voi avrete parte del mio affetto, voglio benedirvi!"
"Non piangete, non piangete, continuò Giustino, non abbiate timore perché se vi conformerete alle raccomandazioni che vi ho fatto, nessuna cosa potrà nuocervi. Trasmettete questi avvisi a quelli che sono ad Hebo, Alitiena, Halai, Moncullo. Che tutti si ricordino di me nelle preghiere".





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Domenico Agasso
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martedì, 29 luglio 2008

Giusto celebrare in latino ma si rispetti il Concilio

Pietro Serra


A circa un anno dalla pubblicazione del “Motu Proprio” credo che sia doveroso soffermarsi ed effettuare un attenta riflessione.
Io sono d'accordo nel celebrare la Messa tridentina anche perchè mi piace, però credo che non è sempre bene rimpiangere i tempi passati. A differenza di 500 anni fa quando la lingua latina era quella che si parlava in Europa e nel Concilio di Trento decisero di celebrare la Messa con quella lingua, oggi le condizioni sono radicalmente cambiate. La lingua latina ormai non è più in uso, ed è stata (nel corso dei secoli) soppiantata dalle varie lingue che si sono formate come ad esempio da noi con l’italiano, in Francia col francese e così via. Per questo credo che il Concilio Vaticano II sia più che rispettabile perché ha aperto le porte della Chiesa a tutti coloro che facevano parte dell’Ecclesia di Cristo dando voce a tutti indistintamente e abbattendo quelle barriere che la Chiesa si era posta nel corso dei secoli.
Ci troviamo però oggi davanti ad un fenomeno che la Chiesa nella sua millenaria storia non ha mai avuto: la divisione tra tradizionalisti e catto-progressisti.
Siamo in un periodo in cui i giovani non vanno più in chiesa (tranne casi in cui ci siano festicciole o robe varie) e soprattutto non si sentono Chiesa per questo credo che la decisione del Santo Padre di pubblicare il “Motu Proprio” sia un "deterrente" per riunire anche i tradizionalisti all'interno della Santa Chiesa visto che la stragrande maggioranza di fedeli dichiaratamente cattolici non sta andando neanche più a Messa la domenica.
Mi fa piacere però vedere come questo grande uomo, qual è Benedetto XVI, stia compiendo dei notevoli passi avanti nel dialogo interreligioso avviando dei contatti a tutto campo con altri gruppi che si sono staccati da Santa Romana Chiesa. Un esempio su tutti è quello con gli ortodossi e notizia di pochi giorni fa, quello con gli anglicani.
Viviamo purtroppo, e mi duole ammetterlo, in un contesto di forte secolarizzazione e davanti all’ateismo dilagante noi cattolici non possiamo - e soprattutto non dobbiamo - farci la guerra tra di noi e riunirci nell’unico Cristo che accomuna la fede di tradizionalisti e catto-progressisti. E per questo non credo in nessun modo che la forma di “Messa antica” avvicini alcuno alla fede. E se così fosse ci sarebbe da interrogarsi come fosse la fede di quella persona prima della pubblicazione del “Motu Proprio”.
Certo, ammetto io stesso che il rito tridentino ha un suo fascino tutto particolare ma oggi siamo in un era di forte progresso e il sacerdote è giusto che celebrando la Messa sia volto ai fedeli anche consacrando il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo in modo che tutti i partecipanti si sentano partecipi e quindi membra vive della Chiesa di Cristo.
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martedì, 29 luglio 2008

   

SANTA MARTA 

  

Marta è «la sorella di Lazzaro e di Maria». La loro casa a Betania era un’oasi preferita da Gesù per ritirarvisi dalle fatiche apostoliche, e Marta si dava sempre d’attorno per far onore all’ospite desiderato. Questo suo atteggiamento dinamico spicca in tre episodi, in particolare contrasto con l’atteggiamento quieto e contemplativo di Maria. Innanzitutto un giorno in cui, tutta affaccendata si lamenta che Maria stia ad ascoltare Gesù, egli la richiama amorevolmente al primato dei valori spirituali (Lc 10,38. 42). Poi, nella malattia di Lazzaro, quando Gesù, chiamato dalle due sorelle, giunge che Lazzaro è già morto, Marta gli corre sollecita incontro e fa la sua forte professione di fede. Quel dialogo tra Gesù e Marta è uno dei più antichi temi battesimali in preparazione alla Pasqua, e la Chiesa l’ha pure usato per secoli nella liturgia funebre, per ravvivare nei fedeli la speranza cristiana. Il pianto di Maria fa singhiozzare Gesù (Gv 11,1-44).
Finalmente, la «Cena di Betania», in cui Marta serve a tavola e Maria unge i piedi a Gesù, è una prefigurazione dell’ultima Cena e di ogni nostra Messa (Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gv 12,1-8). Ora che Maria di Magdala è chiaramente non identificata con Maria di Betania, si resta sorpresi che le due sorelle, unite sempre nel Vangelo, non lo siano anche nel culto, come si è fatto per altri santi fra loro congiunti. Marta è modello di donna laboriosa e patrona dei locandieri, Maria è un modello delle anime contemplative.

(Sec. I)
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lunedì, 28 luglio 2008


Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo

La misericordia divina ed umana

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia»; dolcissima è questa parola «misericordia», fratelli carissimi, ma se è già dolce il nome, quanto più la realtà stessa. Sebbene tutti vogliano che nei loro confronti si usi misericordia, non tutti si comportano in modo da meritarla. Mentre tutti vogliono che sia usata misericordia verso di loro, sono pochi quelli che la usano verso gli altri. O uomo, con quale coraggio osi chiedere ciò che ti rifiuti di concedere agli altri? Chi desidera di ottenere misericordia in cielo deve concederla su questa terra. Poiché dunque tutti noi, fratelli carissimi, desideriamo che ci sia fatta misericordia, cerchiamo di rendercela protettrice in questo mondo, perché sia nostra liberatrice nell'altro. C'è infatti in cielo una misericordia, a cui si arriva mediante le misericordie esercitate qui in terra. La Scrittura dice in proposito: O Signore, la tua misericordia è in cielo (cfr. Sal 35, 6). Esiste dunque una misericordia terrena e una celeste, una misericordia umana e una divina. Quale è la misericordia umana? Quella che si volge a guardare le miserie dei poveri. Quale è invece la misericordia divina? Quella, senza dubbio, che ti concede il perdono dei peccati. Tutto ciò che la misericordia umana dà durante il nostro pellegrinaggio, la misericordia divina lo restituisce in patria. Dio infatti su questa terra ha fame e sete nella persona di tutti i poveri, come ha detto egli stesso: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me» (Mt 25, 40). Quel Dio che si degna di ricompensare in cielo vuole ricevere qui in terra. E chi siamo noi che quando Dio dona vogliamo ricevere e quando chiede non vogliamo dare? Quando un povero ha fame, è Cristo che ha fame, come egli stesso ha detto: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25, 42). Non disprezzare dunque la miseria dei poveri, se vuoi sperare con sicurezza il perdono dei peccati. Cristo, fratelli, ha fame; egli si degna di aver fame e sete in tutti i poveri; quello che riceve sulla terra lo restituisce in cielo. Che cosa volete, fratelli, e che cosa chiedete quando venite in chiesa? Certamente non altro che la misericordia di Dio. Date dunque quella terrena ed otterrete quella celeste. Il povero chiede a te; anche tu chiedi a Dio; ti chiede un pezzo di pane; tu chiedi la vita eterna. Dà al povero per meritare di ricevere da Cristo. Ascolta le sue parole: «Date e vi sarà dato» (Lc 6, 38). Non so con quale coraggio pretendi di ricevere quello che non vuoi dare. Quando perciò venite in chiesa, non negate ai poveri un'elemosina, anche se piccola, secondo le vostre possibilità.
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lunedì, 28 luglio 2008

Volgi il mio cuore alle tue parole, fammi vivere nella tua via.

Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

 1 Gv 4, 16

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domenica, 27 luglio 2008
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domenica, 27 luglio 2008
Dal sottosuolo di San Paolo fuori le Mura riemerge la storia

Un monastero in lotta col fiume


 

di Giorgio Filippi
Archeologo dei Musei Vaticani
e Lucrezia Spera
Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana

Lo scavo nell'orto del monastero di San Paolo fuori le Mura, eseguito dai Musei Vaticani e dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana a partire da novembre 2007 con il contributo finanziario dei "Patrons of the Arts in the Vatican Museums" - del quale ci siamo occupati in queste pagine nel numero del 6 aprile 2008 - offre oggi, a pochi giorni dalla sua interruzione, elementi di novità per la conoscenza del complesso sulla via Ostiense. Nell'area indagata, posta a sud della basilica di San Paolo e mai precedentemente oggetto di perlustrazioni archeologiche, si è portata alla luce una fitta sequenza di strutture murarie appartenenti a epoche diverse, dall'età tardoantica al basso medioevo (v-xv secolo), esito del progressivo ampliamento e potenziamento del complesso di edifici sorti intorno al santuario paolino e noti dalle fonti letterarie ed epigrafiche. Queste permettevano di ricostruire molto sommariamente la progressiva urbanizzazione della zona, testimoniando in particolare l'esistenza di case per i poveri e i pellegrini, terme e due monasteri, uno femminile dedicato a santo Stefano e uno maschile dedicato al martire di Terracina Cesario; un lungo portico con colonne partiva dalla porta Ostiense e per circa quattro chilometri fino al santuario paolino accompagnava il percorso dei numerosi pellegrini giunti a Roma per "toccare" le tracce del cristianesimo dell'età apostolica. Nella seconda metà del ix secolo Papa Giovanni viii predispose di proteggere tale agglomerato di edifici con poderose mura, ratificando così la nascita della Johannipolis, la "città di Giovanni", come il borgo viene nominato nei documenti medievali. Le evidenze tornate alla luce consentono di proporre un inquadramento cronologico sulla base delle tipologie murarie, del progressivo addossamento delle costruzioni, dei dati deducibili dai materiali - monete, ceramica, vetri, metalli, bolli laterizi - contenuti nelle stratigrafie archeologiche. La successione degli interventi monumentali e gli sviluppi dell'insediamento si presentano fortemente condizionati dal profilo geomorfologico del sito, che in antico digradava con accentuati dislivelli dalla rupe detta "di san Paolo" e dalla via Ostiense, a est, verso ovest e dall'area occupata dalla basilica, a nord, verso sud, formando un'ampia depressione senza barriere alle continue inondazioni del Tevere. La prossimità del corso fluviale - che fino agli importanti lavori di arginatura del secolo scorso predisponeva l'area a continui e facili impaludamenti - e la presenza di una falda acquifera - a circa tre metri di profondità rispetto al pavimento della basilica e senza dubbio rintracciata anche dalle costruzioni altomedievali - rendevano la zona di difficile insediabilità e solo la grande forza attrattiva della tomba apostolica e del grande edificio creato per contenerla spiega l'immane impegno edilizio per potenziare il santuario e aggregare a esso le strutture imprescindibili per le sue funzioni primarie:  il culto e la liturgia, la vocazione cimiteriale, in risposta al desiderio di essere inumati presso il sepolcro paolino, l'assistenza e l'ospitalità. Gli organismi più antichi privilegiano ovviamente settori in posizione più rilevata. La struttura individuata presso l'angolo nord-est dell'area di scavo è di età non posteriore al v secolo e consiste in un blocco angolare di muratura piena di mattoni di forma quadrangolare, probabilmente addossata alle fondazioni della basilica, presso il quale corre un canale di adduzione idrica. Il minimo settore evidenziato del monumento - che si auspica di poter complessivamente recuperare con ricerche future - impone cautele su ipotesi precise di identificazione, ma i caratteri delle murature si prestano a una possibilità di correlazione con uno degli importanti interventi di restauro o di nuova edificazione promossi nel complesso della via Ostiense da Papa Leone Magno (440-461) e da Simmaco (499-514), costruttore di case per i poveri (habitacula pauperibus) e di un balneum. L'insieme più organico di strutture è costituito da un impianto di eccezionale estensione, nel quale non può non riconoscersi il monastero che compenetrò la sua storia a quella del santuario paolino e che, nel medioevo, aveva riunito i due cenobi paleocristiani di Santo Stefano e di San Cesario. La preziosità della scoperta è ulteriormente accresciuta dalla considerazione che dei cinquantasei monasteri noti dalle fonti a Roma entro il ix secolo, dentro la città e fuori le mura, presso i santuari più importanti di San Pietro, San Paolo, San Lorenzo e San Sebastiano, non vi erano, fino ad oggi, riscontri archeologici. Di questo macroscopico insediamento lo scavo ha portato alla luce due grandi ambienti addossati al più antico manufatto murario già descritto, un lunghissimo corridoio pavimentato con lastre di marmo, che si prolunga a sud, oltre i limiti dell'area di scavo, e una grande sala di dieci metri per quindici, destinata forse a refettorio. In essa è di particolare interesse la presenza di un pozzo, singolarmente realizzato con il riutilizzo per l'imboccatura della parte sommitale di un grande dolio della prima età imperiale - sul bordo si legge il marchio del produttore, Q(uintus) Tossius Ingenuus e il numerale di capienza del vaso - e in pietrame eterogeneo nel resto della struttura. Il muro occidentale di questo ambiente separava lo spazio costruito da un'area ad aperto cielo:  addossato alla faccia esterna di questo, infatti, vi sono resti consistenti di un'importante attività di cantiere, organizzata mediante la creazione di una serie di vasche quadrangolari per la lavorazione della calce e pozzolana, segnale di importanti attività costruttive promosse dal monastero. Gli ambienti descritti sono contraddistinti da opere murarie peculiari per lo straordinario riuso di materiale eterogeneo (tufi, mattoni, marmi di varie dimensioni), funzioni e provenienza, un modo di costruire che inizia ad attestarsi a Roma non prima del vii secolo e durante i primi decenni dell'viii, periodo al quale può essere dunque riferita tale fase edilizia del monastero di San Paolo. I medesimi caratteri costruttivi segnano anche una monumentale struttura porticata a ovest dell'area di scavo, in linea con la facciata della basilica, che doveva prolungarsi a nord fino alla connessione con il quadriportico e proseguire anche a sud, come rivela il prolungamento, ancora interrato, delle strutture individuate; l'eccezionale organismo è l'esito di almeno due fasi costruttive, la prima segnata da un lungo stilobate continuo con grandi basi marmoree (se ne conserva una a sud) e dal muro di delimitazione ovest, costruito con uso accentuato di materiale di spoglio. In un momento successivo si effettuò una ristrutturazione dello spazio mediante la creazione di due spallette in muratura, in mattoni e blocchi di riuso, entro le quali venne posto un nuovo stilobate rialzato, sormontato da tre colonne delle quali permangono in situ le basi marmoree di riuso.
L'interesse della costruzione è riposto anche nella serrata serie di rifacimenti pavimentali, riconoscibile nella sovrapposizione di almeno sei livelli di preparazione per le lastre, intervallati da strati di terra e limo, segno delle continue inondazioni cui questa parte dell'insediamento, più prossimo al Tevere, dovette essere esposta. La diffusa presenza della falda, invece, impose per la porticus come per gli ambienti del monastero la costruzione di muri di notevole spessore negli alzati, ma con fondazioni non troppo profonde, abilmente impermeabilizzate con vespai di pozzolana. L'attività archeologica ha portato anche a importanti acquisizioni di materiali mobili. In corso di scavo sono stati inventariati novecento reperti archeologici di particolare rilevanza che comprendono monete, marmi architettonici, iscrizioni e numerosi frammenti di sarcofagi pagani e cristiani, taluni di pregio artistico; tra i sarcofagi paleocristiani notevole interesse rivestono il frammento di cassa con l'arresto di Pietro e quello con la scena della risurrezione di Lazzaro, databili alla metà del iv secolo, e la lastra con figura di apostolo con rotolo di età teodosiana. Si aggirano intorno alle ottomila unità invece i reperti ceramici e vitrei e i metalli, che testimoniano, come gli altri materiali, le ininterrotte fasi di vita del sito dal i secolo dell'era cristiana fino ad oggi, nell'altalenante uso, riuso e accumulo, volontario e involontario, di tutti i materiali, compresi quelli di risulta, ai quali è legata, per fattori di ordine geomorfologico e ambientale, la storia e la necessaria sopravvivenza del sito, le cui potenzialità insediative nel corso dei secoli dipesero dalla possibilità di fare fronte alle alluvioni del Tevere, mantenendo intatto il luogo consacrato dalla presenza della tomba apostolica. A nessuno sfuggirà che i dati di conoscenza storica finora acquisiti, e in particolare quelli riferibili al secolo v, inducono a sperare in un proseguimento delle indagini che peraltro si proporrebbero come un evento di non secondaria importanza in occasione dell'anno celebrativo di san Paolo.



(©L'Osservatore Romano - 27 luglio 2008)
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sabato, 26 luglio 2008
SANTI GIOACCHINO E ANNA Genitori della Beata Vergine Maria

Innalziamo lodi a Gioacchino e Anna
nella loro discendenza;
il Signore ha dato loro 
la benedizione di tutti i popoli.

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venerdì, 25 luglio 2008

   

SAN GIACOMO, APOSTOLO

(+ 42/43)  Festa
  

Giacomo, detto «il maggiore», era figlio di Zebedeo e di Salome (Mc 15,40; cf Mt 27,56) e fratello maggiore di Giovanni l’evangelista, col quale fu chiamato fra i primi discepoli da Gesù e fu sollecito a seguirlo (Mc 1,19s; Mt 4,21s; Lc 5,10). È sempre messo fra i primi tre Apostoli (Mc 3,17; Mt 10,2; Lc 6,14; Atti 1,13). Pronto e impetuoso di carattere, come il fratello, con lui viene soprannominato «Boanerghes» da Gesù (Mc 3,17), ma è fra i prediletti di lui insieme col fratello, con Pietro e Andrea. Assiste alla subitanea guarigione della suocera di Pietro (Mc 1,29-31), alla risurrezione della figlioletta di Giairo (Mc 5,37-43; Lc 8,51-56), alla trasfigurazione di Gesù sul Tabor (Mc 9,2-8; Mt 17,1-8; Lc 9,28-36); e con gli altri tre interroga Gesù sui segni dei tempi premonitori della fine (Mc 13,1-8); poi, con Pietro e Giovanni è chiamato da Gesù a vegliare nel Getsemani (Mc 14,33s; Mt 26,37s). Con zelo intempestivo, aveva chiesto di far scendere il fuoco sui Samaritani che non accoglievano Gesù, meritando un rimprovero (Lc 9,51-56). Ambiziosamente mirò ai primi posti nel regno, protestandosi pronto a tutto; e suscitò la reazione degli altri apostoli e il richiamo di Gesù a un altro primato: quello del servizio e del martirio (Mc 10,35-45; Mt 20,20-28). La profezia che allora Gesù gli fece, preannunciando che avrebbe «bevuto con lui il calice del sacrificio», si realizzò in pieno, quando Giacomo fu il primo tra gli Apostoli a dare il sangue per il suo Signore, e come lui durante le feste pasquali fatto decapitare da Erode Agrippa I, nel 42/43 (Atti 12,1-2). San Giacomo non fu l’evangelizzatore della Spagna, né vi è certezza che vi sia stato trasportato il suo corpo: Venanzio Fortunato attesta che, ai suoi tempi (VI secolo), si trovava a Gerusalemme. Però dal secolo IX, san Giacomo ebbe un culto straordinario a Compostella nella Spagna (Galizia), che lo ebbe protettore della sua fede e libertà contro i Mori. Quel santuario divenne per l’Europa uno dei maggiori luoghi di pellegrinaggio nel medioevo e oltre

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