domenica, 31 agosto 2008
Il santuario di Bonaria meta del Papa in Sardegna

Dove i marinai sostano
per conoscere la direzione del vento


 

di Mario Ponzi

Quella sottile trama mariana che permea il magistero di Benedetto XVI - sottolineata tra l'altro dall'arcivescovo Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato, nell'intervista rilasciata al nostro giornale all'indomani della visita del Papa a Santa Maria di Leuca e a Brindisi - si arricchisce di un'altra maglia preziosa. Com'è noto, il prossimo 7 settembre, prima domenica del mese, il Pontefice si recherà a Cagliari per venerare il simulacro di Nostra Signora di Bonaria. Concluderà così le celebrazioni dell'anno centenario della proclamazione della Madonna quale "Patrona massima" della Sardegna. Furono inaugurate il 13 settembre del 2007, lo stesso giorno in cui, cento anni prima, Papa Pio x aveva attribuito il titolo alla "Signora dei sardi".
La storia di questa statua mariana, sulla quale da oltre sette secoli si appuntano ansie, preoccupazioni e speranze delle genti del mare della Sardegna, non sembra dissimile dalle tante altre che si tramandano in ogni angolo della terra, laddove nel cuore della tradizione religiosa un posto speciale è riservato alla Madre di Dio. Fiumi di parole sono stati tuttavia raccolti, in questi anni, in pregevoli volumi - l'ultimo, fresco di stampa, è stato curato dal comitato per il centenario della Basilica santuario - per raccontare questa storia, con dovizia di particolari. Non ci sarebbe dunque nulla di nuovo da aggiungere che non sia stato già in qualche modo detto o scritto. Quel che colpisce, però, è che tra le righe dei diversi autori che si sono cimentati nella narrazione - rigorosamente sardi per la quasi totalità - traspare una devozione mariana radicata veramente nell'anima della popolazione sarda, al punto da costituire il tessuto vivificante del suo profondo sentimento religioso.
Vale la pena ricordare un episodio, lontano nel tempo, ma estremamente significativo a questo proposito. Negli annali dell'isola si legge, infatti, che il 7 marzo del 1632 nella cattedrale di Cagliari si riunirono i tre ordini (si chiamavano allora "stamenti") del parlamento sardo istituito nel 1421. I loro componenti in quell'occasione giurarono, a nome degli abitanti dell'isola, di rimanere fedeli alla verità dell'Immacolata Concezione di Maria. E questo accadeva esattamente 222 anni prima della proclamazione del dogma.
Ancora oggi questa venatura mariana caratterizza profondamente la fede ultramillenaria delle popolazioni sarde. Lo scorrere del tempo, il confronto quotidiano con atavici problemi mai risolti, lo stordimento nel frastuono di un modernismo che non riesce a scalfire radici antichissime - che, seppur lacerate, continuano a proporsi come linfa vitale per le nuove generazioni - non affievoliscono la genuinità dell'affetto che lega i sardi alla "Signora della Buona Aria". Non c'è imbarcazione che salpi dal porto di Cagliari senza avere a bordo almeno un'immagine di questa Madonna.
Forse non si compie più il rito antico di recarsi presso il santuario, prima di prendere il largo, per impetrare la protezione della Vergine o per conoscere la direzione del vento che spira fuori dal porto, secondo le indicazioni di una misteriosa navicella che pende dal soffitto in un angolo del santuario. Certo è che nel cuore di ogni marinaio quel rito si rinnova ogni qualvolta la prua punta al mare aperto.
Dal mare giunse più di settecento anni fa quel bellissimo esemplare di scultura lignea, ricavato da un tronco di carrubo - un metro e cinquantasei di altezza - che raffigura la Vergine con in braccio il bambinello. Attorno a questa statua è stato poi edificato quello che oggi è il santuario di Bonaria.
Ed ora la storia. Una storia che, tra l'altro, si intreccia a filo doppio con quella dei religiosi Mercedari, la cui presenza sul colle di Bonaria risale al 1300 circa. Vi furono portati dal nobile sardo Carlo Catalano il quale, durante una missione in Spagna, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare l'opera di questi padri impegnati ad affrancare dalla schiavitù i cristiani:  raccoglievano elemosine ed altri generi di merci per barattarne la libertà.
Nel 1335 il re Alfonso d'Aragona donò loro la chiesetta che aveva fatto edificare sul colle di Bonaria per ringraziare Dio della vittoria riportata sui pisani, che dell'isola avevano il controllo. E si deve proprio allo zelo di uno storico mercedario, padre Francesco Sulis, se è giunta sino a noi l'eco di quell'evento che ha segnato il cammino della fede nell'isola dei quattro mori.
Nel suo scritto, che risale al 1867, si parla di una nave spagnola che, diretta in Italia, si trovò nel mezzo di una furiosa tempesta quando era in vista delle coste sarde. Si trattava di una imbarcazione di piccola stazza e le onde gigantesche l'avrebbero certo inghiottita se il comandante non avesse fatto gettare in mare il carico e quant'altro fosse in quel momento inutile alla navigazione. Gettato l'ultimo oggetto, una cassa enorme, il mare si placò. Tra l'altro i marinai si accorsero che proprio quella cassa era l'unico oggetto non affondato. Cercarono invano di recuperarla. Anzi la cassa cominciò a navigare autonomamente e sulla scia trainò la stessa nave verso la costa, senza che nessuno riuscisse a governarla. Approdò ai piedi del colle di Bonaria, dove frattanto si era radunata una piccola folla di curiosi che aveva assistito da lontano all'odissea della nave in mare. Ancora una volta vanamente tentarono di trascinare a riva e aprire quella cassa misteriosa. Sino a quando, chiamati da un giovanetto, giunsero sulla spiaggia alcuni padri Mercedari del vicino convento. Fu per loro un gesto quasi naturale portare a riva la cassa. Solo allora notarono che su di essa era inciso lo stemma del loro ordine. La trasportarono sino al convento sul colle e l'aprirono altrettanto facilmente. Dentro vi era la statua della Madonna con il bambino. La mostrarono alla gente, trasformatasi via via in folla. Il Sulis racconta che caddero tutti in ginocchio:  fu il primo atto di venerazione verso Nostra Signora di Bonaria.
Numerose le vicende che si sono poi susseguite sino ai nostri giorni:  dal ripetersi di numerosi prodigi, al crescere della devozione popolare, dall'edificazione di un tempio sempre più degno per ospitare il simulacro, sino alle proclamazioni pontificie il cui centenario ci si appresta a celebrare.
Sta di fatto che, soprattutto la gente del mare, ha con Nostra Signora di Bonaria un rapporto tutto particolare. Divenuto ancor più stretto da quando sulla volta dell'altare maggiore dell'antica basilica comparve una navicella d'avorio appesa ad una cordicella, proprio di fronte alla statua della Madonna. Sembra fosse un ex voto portato da una anonima pellegrina - "da sì lungo tempo che non se n'ha memoria" notavano gli antichi storici - come ringraziamento per uno scampato naufragio. La navicella sembra indicasse, con la posizione della prora, la direzione del vento appena fuori dal porto. I marinai usavano passare proprio da lì per verificare le condizioni del vento prima di ogni uscita. La navicella dava sempre indicazioni precise. Nessuno sembra l'abbia mai vista muoversi, ma è certo che mutasse la sua posizione con il mutare della direzione del vento in mare.
La navicella è tutt'oggi appesa sulla volta dell'altare maggiore del santuario. Indica ancora la direzione del vento? Forse. Di sicuro racconta la storia di una devozione sincera. Quella del popolo del mare sardo.



(©L'Osservatore Romano - 31 agosto 2008)
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sabato, 30 agosto 2008

Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso

Nel Vangelo di questa Domenica ascoltiamo Gesù che dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».
Che significa “rinnegare se stessi”? Prima ancora, perché rinnegare se stessi? Conosciamo l'indignazione che suscitava nel filosofo Nietzsche questa richiesta del vangelo. Comincio a rispondere con un esempio. Durante la persecuzione nazista molti treni carichi di ebrei partivano da ogni parte dell'Europa verso i campi di sterminio. Erano indotti a salire con false promesse di essere portati in luoghi migliori per il loro bene, mentre erano condotti alla loro rovina. Succedeva a volte che a una fermata del convoglio qualcuno che sapeva la verità, gridasse di nascosto ai passeggeri: scendete, fuggite, e qualcuno ci riusciva.
L'esempio è un po' forte, ma esprime qualcosa della nostra situazione. Il treno della vita su cui viaggiamo va verso la morte. Su questo almeno non ci sono dubbi. Il nostro io naturale, essendo mortale, è destinato a finire. Quello che il vangelo ci propone quando ci esorta a rinnegare noi stessi, è di scendere da questo treno e salire su un altro che conduce alla vita. Il treno che conduce alla vita è la fede in lui che ha detto: «Chi crede in me, anche se morto, vivrà».
Paolo aveva realizzato questo "trasbordo" e lo descrive così: «Non sono più che vivo, Cristo vive in me». Se assumiamo l'io di Cristo diventiamo immortali perché lui, risorto da morte, non muore più. Ecco cosa vogliono dire le parole che abbiamo ascoltato: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Allora è chiaro che rinnegare se stessi non è un'operazione autolesionistica e rinunciataria, ma il colpo di audacia più intelligente che possiamo realizzare nella vita.
Dobbiamo però fare subito una precisazione. Gesù non chiede di rinnegare "ciò che siamo", ma ciò che "siamo diventati". Noi siamo immagine di Dio, siamo perciò qualcosa di "molto buono", come ebbe a dire Dio stesso, subito dopo aver creato l'uomo e la donna. Quello che dobbiamo rinnegare non è quello che ha fatto Dio, ma quello che abbiamo fatto noi, usando male della nostra libertà. In altre parole, le tendenze cattive, il peccato, tutte cose che sono come incrostazioni posteriori sovrapposte all'originale.
Anni fa vennero scoperti nel fondo del mare, al largo delle coste ioniche, due masse informi che avevano una vaga somiglianza con corpi umani, ricoperte, come erano, di incrostazioni marine. Furono riportate a galla e pazientemente ripulite e liberate. Oggi sono i famosi "Bronzi di Riace", nel museo di Reggio Calabria, tra le sculture più ammirate dell'antichità.
Sono esempi che ci aiutano a capire l'aspetto positivo che c'è nella proposta evangelica. Noi somigliamo, nello spirito, a quelle statue prima del restauro. La bella immagine di Dio che dovremmo essere, è stata ricoperta da sette strati che sono i sette vizi capitali. Forse non è male richiamarceli alla memoria se li avessimo dimenticati. Sono: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. san Paolo chiama questa immagine deturpata "l'immagine terrestre", in opposizione alla "immagine celeste" che è la somiglianza con Cristo.
“Rinnegare se stessi” non è dunque un'operazione per la morte, ma per la vita, per la bellezza e per la gioia. È anche un imparare il linguaggio del vero amore. Immagina, diceva un grande filosofo del secolo scorso, Kierkegaard, una situazione puramente umana. Due giovani si amano. Però appartengono a due popoli diversi e parlano due lingue completamente diverse. Se il loro amore vuole sopravvivere e crescere, è necessario che uno dei due impari la lingua dell'altro.
Altrimenti non potranno comunicare e il loro amore non durerà.
Così, commentava, avviene tra noi e Dio. Noi parliamo il linguaggio della carne, lui quello dello spirito; noi quello dell'egoismo, lui quello dell'amore. Rinnegarsi è imparare la lingua di Dio per poter comunicare con lui, ma ed è anche imparare la lingua che ci permette di comunicare tra di noi. Non si è capaci di dire dei "sì" all'altro, a partire dal proprio coniuge, se non si è capaci di dire dei "no" a se stessi. Per rimanere nell'ambito del matrimonio, tanti problemi e fallimenti nella coppia dipendono dal fatto che l'uomo non si è mai preoccupato veramente di imparare il modo di esprimere l'amore della donna, e la donna quello dell'uomo. Anche quando parla di rinnegamento di sé, il Vangelo, come si vede, è assai meno remoto dalla vita di quanto si crede.


Fr. Raniero Cantalamessa, OFMCap

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sabato, 30 agosto 2008

p

Preghiere della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana

Credo

«E’ il simbolo degli Apostoli e il distintivo del cristiano.
Recitato con venerazione e devozione, formulando un atto di fede ad ogni articolo».

Credo in Deum Patrem omnipotentem, Creatorem caeli et terrae; et in Jesum Christum, Filium ejus unicum, Dominum nostrum, qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine, passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus et sepultus; descendit ad inferos; tertia die resurrexit a mortuis; ascendit ad caelos, sedet ad dexteram Dei Patris.omnipotentis; inde venturus est judicare vivos et mortuos. Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclesiam catholicam, sanctorum communionem, remissionem peccatorum, carnis resurrectionem, vitam aeternam. Amen. Io credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figliolo, nostro Signore, il quale fu concepito di Spinto Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese all'inferno; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente, di la ha da venire a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna.
Amen.
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venerdì, 29 agosto 2008

   


MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA 
sec. I

  

«Il più grande fra i nati di donna », secondo l’elogio di Gesù. morì vittima per la fede nei valori di conversione messianica che aveva predicato. Il racconto del suo martirio per decapitazione, avvenuto nella fortezza di Macheronte sul Mar Morto, dove il vizioso Erode si era ritirato in vacanza, Gesù lo ascoltò dalla viva voce dei discepoli del Battista (tra i quali Giovanni l’evangelista e Andrea) (Mc 6,17-29). La data di oggi ricorda forse la dedicazione dell’antica basilica in onore del Precursore dei Messia eretta a Sebaste, in Samaria.
 

 

Precursore della nascita e della morte di Cristo

 

Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote

Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua speranza è piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). E' ben giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio. Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. E' cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore.San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza della catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell'oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.Perciò ben dice l'Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).
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giovedì, 28 agosto 2008

   


SAN AGOSTINO 
Vescovo e Dottore della Chiesa   (354-430)
   

 

Nato a Tagaste (attuale Souk Ahras, in Algeria) Agostino ebbe una gioventù scapricciata. Convertitosi prodigiosamente a Milano a 32 anni, e ricevuto il battesimo da sant’Ambrogio, rientrò in Africa dopo la morte della santa madre Monica e si diede a vita religiosa. Fatto prete e poi vescovo di Ippona (presso l’attuale Bona, in Algeria), operò per quasi 40 anni contro le eresie e le deviazioni scismatiche del tempo: manicheismo, donatismo, pelagianesimo, arianesimo, lasciando moltissimi scritti, molti dei quali autentici capolavori e di genere letterario nuovo, quali le Confessioni e le Ritrattazioni (scritti autobiografici), la Città di Dio (quasi una teologia della storia), il trattato Della Trinità, Trattenimenti sui Salmi...
Agostino è un genio universale e profondo, ha un’intelligenza penetrante, una fantasia fervida, un gran cuore. Ha rielaborato la tradizione teologica anteriore e vi ha impresso la sua impronta originale. Col suo carattere generoso e simpatico, la sua sensibilità, l’indulgenza e la capacità di perdonare, ha legato a sé persino degli avversari. Sapeva parlare, anzi dialogare col popolo con parola facile, familiare, con senso di umorismo. La sua spiritualità e la sua « regola » religiosa hanno fatto sorgere in ogni tempo delle forme di vita religiosa che si richiamano a lui. Ancor oggi, oltre agli Agostiniani, forse un 20.000 religiosi seguono fondamentalmente la sua regola, e molte più sono le istituzioni femminili che si rifanno a lui come a padre. E’ il maggiore dei padri e il primo dei quattro grandi dottori dell’Occidente.
Ogni epoca ha sentito un suo Agostino; la critica moderna ha ricuperato la figura di un uomo che parla con semplicità e sincerità di se stesso. Forse ciò che è più mirabile e più moderno in Agostino è la capacità di introspezione in se stesso e negli altri, di saper esaminare le proprie emozioni, di mettersi in crisi e di riconoscere le sue colpe, i suoi errori, e di convertire tutto in « confessio », cioè in lode di Dio (cf i Cor 4,7).
Agostino ha fatto dell’assemblea eucaristica il momento centrale della vita della sua comunità. Le sue numerosissime omelie mostrano come sapeva adattare la Parola di Dio alla mentalità del suo ambiente umano.
 
 

Eterna verità e vera carità e cara eternità!


Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo  

 

Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tu guida, entrai nell'intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l'occhio dell'anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un'altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l'olio che galleggia sull'acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.
O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall'alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
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mercoledì, 27 agosto 2008

Santa Monica

Tu non disprezzi, o Dio,
il pianto di una madre;
tu ascolti la sua incessante preghiera.

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martedì, 26 agosto 2008




Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo

Le cinque vie della riconciliazione con Dio

Volete che parli delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate, però tutte conducono al cielo.
La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo peccato e sarai giustificato (cfr. Is 43, 25-26). Perciò anche il profeta diceva: «Dissi: Confesserò al Signore le mie colpe, e tu hai rimesso la malizia del mio peccato» (Sal 31, 5).
Condanna dunque anche tu le tue colpe. Questo è sufficiente al Signore per la tua liberazione. E poi se condanni le tue colpe sarai più cauto nel ricadervi. Eccita la tua coscienza a divenire la tua interna accusatrice, perché non lo sia poi dinanzi al tribunale del Signore.
Questa è dunque una via di remissione, e ottima; ma ve n'è un'altra per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l`'ira, perdonare i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle offese da noi fatte al Signore. E questo è un secondo modo di espiare i peccati. «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (Mt 6, 14).
Vuoi imparare ancora una terza via di purificazione? E' quella della preghiera fervorosa e ben fatta che proviene dall'intimo del cuore.
Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta, dirò che è l'elemosina. Questa ha un valore molto grande. Aggiungiamo poi questo: Se uno si comporta con temperanza e umiltà, distruggerà alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra. Ne è testimone il pubblicano che non era in grado di ricordare opere buone, ma al loro posto offrì l'umile riconoscimento delle sue colpe e così si liberò dal grave fardello che aveva sulla coscienza.
Abbiamo indicato cinque vie di riconciliazione con Dio. La prima è la condanna dei propri peccati. La seconda è il perdono delle offese. La terza consiste nella preghiera, la quarta nell'elemosina e la quinta nell'umiltà.
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martedì, 26 agosto 2008

Il resto d'Israele pascolerà e riposerà
«Io sono il buon pastore» (Gv 10, 11). A Cristo compete chiaramente di essere pastore. Infatti, come il comune gregge viene guidato e pascolato dal pastore, così i fedeli sono ristorati da Cristo con un cibo spirituale, con il suo corpo e il suo sangue. 
«Un tempo», dice l'Apostolo«, eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (1 Pt 2, 25). Ed il profeta: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge» (Is 40, 11).
Ma siccome Cristo ha detto che il pastore entra per la porta e che egli è la porta, mentre qui dice di essere il pastore, ne segue che egli entra attraverso se stesso. E veramente entra attraverso se stesso, perché rivela se stesso e per se stesso conosce il Padre. Noi invece entriamo per lui, perché da lui siamo resi beati
.

Dalla «Esposizione su Giovanni» di san Tommaso d'Aquino, sacerdote


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lunedì, 25 agosto 2008

Benedirò il Signore in ogni tempo

Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira. Perché l'ira dell'uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. 
Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana.

Gc 1, 19b-20. 26

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domenica, 24 agosto 2008

  

   

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Chi è Gesù Cristo ?

Anziché seguire, nella nostra riflessione, la pista dei primato di Pietro, che sembra suggerita dalla prima lettura e dal vangelo, preferiamo fermarci sulla domanda cruciale di Gesù: «Voi chi dite che io sia?», e sulla risposta-professione di fede di Pietro.
Il racconto di quella che si è soliti chiamare la «confessione di Cesarea» introduce nei sinottici un passo abbastanza omogeneo che riveste particolare importanza.

Un messia che non corrisponde alle aspettative
Dalla proclamazione della messianicità di Gesù parte, infatti, una nuova fase dell’annuncio. Gesù aveva predicato e operato soprattutto nella Galilea. La gente era piena di ammirazione ma anche di sconcerto perché il modo di fare di Gesù non corrispondeva a certi schemi entro i quali si era cristallizzata l’immagine del Messia atteso da Israele.
Accanto alle prime spontanee ed entusiastiche affermazioni: «Nessuno può fare i segni che tu fai... Un grande profeta è sorto tra noi... Insegnava loro come uno che ha autorità...», si facevano strada anche altri interrogativi: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».
Qualcuno però guarda a Gesù con sospetto: « Scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni... »; «E’ posseduto da uno spirito immondo... E’ fuori di sé...». Alcuni lo abbandonano: «Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?...». Ma per coloro che lo hanno seguito da vicino, Pietro fa un atto di fiducia che è già professione di fede: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69).
Pietro riconosce in Gesù il Messia e il Figlio di Dio, e Gesù conferma che la confessione di Pietro non è rivelazione della carne o del sangue, cioè non è frutto di considerazione dell’uomo fragile e impotente di fronte al mistero di Dio, ma è dono del Padre. In questo modo Gesù rifiuta la concezione messianica dei farisei e dei sadducei, corregge e purifica quella dei discepoli, fa accettare che la sua messianicità si manifesta nella sofferenza della croce, passaggio obbligato verso la gloria della risurrezione
.

Cristo interpella ogni generazione
Che importanza ha per l’uomo d’oggi il fatto che 2000 anni fa, presso le sorgenti del Giordano, Pietro abbia detto a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»? All’uomo d’oggi interessa ancora sapere chi è Gesù? La sua domanda: «Voi chi dite che io sia?», è sentita ancora come una interpellanza personale, un problema cruciale o almeno importante?
A dispetto di un secolarismo sempre più diffuso e di un abbandono di pratiche e di tradizioni cristiane sempre più massiccio, è interessante notare come la domanda risuonata a Cesarea di Filippo continua a creare ancora interrogativi inquietanti.
Per i giovani Gesù rappresenta oggi la novità, la freschezza, la contestazione di una società e di un sistema vecchio, arido, privo di fantasia e di creatività; alle masse oppresse dell’America Latina Gesù appare come il liberatore, il simbolo di una speranza che non è soltanto in un aldilà misterioso; agli operatori sociali Gesù appare come un rivoluzionario che lotta contro l’ingiustizia, l’oppressione, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Significativo, comunque, resta il fatto che il nostro mondo non può prescindere da Gesù. La nostra storia ne è talmente marcata che non si può ignorarlo.

«Voi chi dite che io sia?»
«Quanto abbiamo scoperto intorno alla persona di Gesù e alla sua missione ci consente appena di confessare con Pietro: “Tu sei il Cristo“. Tuttavia, mentre solleviamo il velo sul mistero, ci accorgiamo che è molto di più quello che in profondità ci sfugge. Cristo è uomo tra gli uomini e l’occhio incredulo non sa riconoscerlo. In verità egli opera dal di dentro nell’uomo che crede in lui e gli offre possibilità inesauribili di riscatto e di salvezza.

Ma la personalità di Gesù non si può definire semplicemente come qualsiasi figlio d’uomo, nato da donna. Occorre accettare di far parte di quel piccolo gruppo di discepoli, che egli invita a stare con lui, e seguirlo fino a Gerusalemme, fino alla croce. Qui si compirà il disegno che Dio ha preparato nei secoli e si rivelerà pienamente il suo mistero di Messia, Figlio dell’uomo e Servo di Dio» (CdA, p. 85).

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