martedì, 30 settembre 2008

   

SAN GIROLAMO   Sacerdote e dottore della Chiesa  (340-420) 
Nato a Stridone (probabilmente presso Aquileia), si procurò una eccellente istruzione a Roma, che completò lungo tutta la vita, anche in numerosi viaggi nei quali incontrò e strinse amicizia con alcuni fra i più famosi e colti Padri orientali. Battezzato a 25 anni, sacerdote a 38, Girolamo sembrava impastato di opposti: temperamento di fuoco intriso di lacrime, era suscettibile ma leale, austero e appassionato, sferzante e tenero, precipitoso e retto; viveva di digiuno, di lavoro, di preghiera, di veglie. Queste doti, l’enorme erudizione, le cinque lingue che padroneggiava, l’amore a Cristo e alla Chiesa, ne fecero uno scrittore di prim’ordine, il migliore dei Padri latini. Lottò tutta la vita a dominare se stesso; la sua virtù maschia e la sua pietà furono contagiose: trasse molte grandi anime a seguire Cristo da vicino.
Il primo periodo della sua vita fu una lunga serie di viaggi in Occidente e in Oriente, di esperienze di vita monastica, di penitenze, di studi, e si chiuse a Roma dove divenne segretario di papa Damaso, che lo incaricò di preparare una completa Bibbia in latino, rivedendo traduzioni anteriori, o facendone delle nuove. Il secondo periodo, dopo la morte del papa (385) e una più breve serie di viaggi in Oriente, lo vide a Betlemme, tutto dedito alla sacra Scrittura: a tradurre, a commentare.
Usava il tempo libero per dirigere un gruppo femminile che aveva iniziato all’ascesi a Roma e che l’aveva seguito in Terrasanta. Visse a Betlemme con lo spirito del Calvario, congiungendo tenerezza per Gesù bambino e per Maria con lo spasimo per il crocifisso. La vastissima produzione letteraria e la competenza biblica, lo pongono fra i maggiori dottori della Chiesa latina, patrono dei biblisti.
«E’ necessario che tutta la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura» (DV 21). Questo voto del Concilio sta diventando consolante realtà. Il nuovo abbondante Lezionario della Messa e della Liturgia delle ore è destinato a recare frutti abbondanti alla Chiesa. San Girolamo ci persuada che «ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (cf DV 25).
 

L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo

Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: «Scrutate le Scritture» (Gv 5, 39), e: «Cercate e troverete» (Mt 7, 7), per non sentirmi dire come ai Giudei: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio» (Mt 22, 29). Se, infatti, al dire dell'apostolo Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo. Perciò voglio imitare il padre di famiglia, che dal suo tesoro sa trarre cose nuove e vecchie, e così anche la Sposa, che nel Cantico dei Cantici dice: O mio diletto, ho serbato per te il nuovo e il vecchio (cfr. Ct 7, 14 volg.). Intendo perciò esporre il profeta Isaia in modo da presentarlo non solo come profeta, ma anche come evangelista e apostolo. Egli infatti ha detto anche di sé quello che dice degli altri evangelisti: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace» (Is 52, 7). E Dio rivolge a lui, come a un apostolo, la domanda: Chi manderò, e chi andrà da questo popolo? Ed egli risponde: Eccomi, manda me (cfr. Is 6, 8). Ma nessuno creda che io voglia esaurire in poche parole l'argomento di questo libro della Scrittura che contiene tutti i misteri del Signore. Effettivamente nel libro di Isaia troviamo che il Signore viene predetto come l'Emmanuele nato dalla Vergine, come autore di miracoli e di segni grandiosi, come morto e sepolto, risorto dagli inferi e salvatore di tutte le genti. Che dirò della sua dottrina sulla fisica, sull'etica e sulla logica? Tutto ciò che riguarda le Sacre Scritture, tutto ciò che la lingua può esprimere e l'intelligenza dei mortali può comprendere, si trova racchiuso in questo volume. Della profondità di tali ministeri dà testimonianza lo stesso autore quando scrive: «Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere, dicendogli: Leggio. Ma quegli risponde: Non posso, perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere, dicendogli: Leggio, ma quegli risponde: Non so leggere» (Is 29, 11-12). (Si tratta dunque di misteri che, come tali, restano chiusi e incomprensibili ai profani, ma aperti e chiari ai profeti. Se perciò dai il libro di Isaia ai pagani, ignari dei libri ispirati, ti diranno: Non so leggerlo, perché non ho imparato a leggere i testi delle Scritture. I profeti però sapevano quello che dicevano e lo comprendevano). Leggiamo infatti in san Paolo: «Le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti» (1 Cor 14, 32), perché sia in loro facoltà di tacere o di parlare secondo l'occorrenza. I profeti, dunque, comprendevano quello che dicevano, per questo tutte le loro parole sono piene di sapienza e di ragionevolezza. Alle loro orecchie non arrivavano soltanto le vibrazioni della voce, ma la stessa parola di Dio che parlava nel loro animo. Lo afferma qualcuno di loro con espressioni come queste: L'angelo parlava in me (cfr. Zc 1, 9), e: (lo Spirito) «grida nei nostri cuori: Abbà, Padre» (Gal 4, 6), e ancora: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore» (Sal 84, 9).

Dal «Prologo al commento del Profeta Isaia» di san Girolamo, sacerdote
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lunedì, 29 settembre 2008

Santi Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli

Il Martirologio commemora insieme i santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. La Bibbia li ricorda con specifiche missioni: Michele avversario di Satana, Gabriele annunciatore e Raffaele soccorritore.
Prima della riforma del 1969 si ricordava in questo giorno solamente san Michele arcangelo in memoria della consacrazione del celebre santuario sul monte Gargano a lui dedicato.


Martirologio Romano: Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della via Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra Scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente.


Il 29 di settembre la Chiesa commemora la festa liturgica dei santi Arcangeli:

>
San MICHELE
> San GABRIELE
> San RAFFAELE

Michele (Chi è come Dio?) è l’arcangelo che insorge contro Satana e i suoi satelliti (Gd 9; Ap 12, 7; cfr Zc 13, 1-2), difensore degli amici di Dio (Dn 10, 13.21), pretettore del suo popolo (Dn 12, 1).
Gabriele (Forza di Dio) è uno degli spiriti che stanno davanti a Dio (Lc 1, 19), rivela a Daniele i segreti del piano di Dio (Dn 8, 16; 9, 21-22), annunzia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista (Lc 1, 11-20) e a Maria quella di Gesù (Lc 1, 26-38).
Raffaele (Dio ha guarito), anch’egli fra i sette angeli che stanno davanti al trono di Dio (Tb 12, 15; cfr Ap 8, 2), accompagna e custodisce Tobia nelle peripezie del suo viaggio e gli guarisce il padre cieco.
La Chiesa pellegrina sulla terra, specialmente nella liturgia eucaristica, è associata alle schiere degli angeli che nella Gerusalemme celeste cantano la gloria di Dio (cfr Ap 5, 11-14; Conc. Vat. II, Costituzione sulla sacra liturgia, «Sacrosanctum Concilium», 8).
Il 29 settembre il martirologio geronimiano (sec. VI) ricorda la dedicazione della basilica di san Michele (sec. V) sulla via Salaria a Roma.

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domenica, 28 settembre 2008

 

Cfr. 2 Tm 1, 9; Sal 113 B, 1

Dio solo Salva  !
Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non in base alle nostre opere, ma secondo il suo disegno di grazia;  grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'inizio dei tempi.
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domenica, 28 settembre 2008

«San Tommaso spiega la pochezza del mio lume»


 

Nel centenario della nascita di Sofia Vanni Rovighi, la rivista "Vita e Pensiero" ha pubblicato un inedito della filosofa dedicato alla bellezza della preghiera vissuta alla luce dell'insegnamento di Tommaso d'Aquino. Ne riportiamo la prima parte.

di Sofia Vanni Rovighi

Quando recito il Salmo 18, in cui si parla di cieli che narrano la gloria di Dio, di una parola di consegna trasmessa dal giorno al giorno successivo, di un sapere che la notte comunica alla notte perché non siano trasgredite le loro misure; ancora più, forse, quando nel Salmo 148 mi unisco alla lode di tutto l'universo, dagli Angeli alle bestie più paurose (i dracones della Vulgata), dai buoni alberi fruttiferi alla grandine che distrugge i loro frutti, e mi domando quale concezione del mondo si adatti alla mia preghiera, penso volentieri a san Tommaso, che non ebbe paura di assimilare quella visione aristotelica nella quale ogni cosa che mi sta intorno ha un suo valore e spessore ontologico - non è solo l'ombra proiettata sul fondo di una caverna - ogni cosa, dall'Angelo più sublime alla grandine e alla neve, ha una sua forma, un principio di intelligibilità, in virtù del quale essa può narrare a me la gloria di Dio e, a suo modo, lo può lodare. Quello che Aristotele non sapeva, e che san Tommaso imparò dalla Bibbia, a cominciare dal primo versetto della Genesi, è che ogni cosa in tanto è intelligibile e narra, riflette la gloria di Dio in quanto è stata creata da Lui e porta un sigillo, un'orma, un vestigium, come dicevano i medievali, della sua infinita intelligenza, e per questo può parlare a me di Lui, a me che porto un'orma più profonda, che sono di Lui imago, e posso non solo parlare ad altri di Lui (come fanno i cieli, le piante e gli altri animali) ma aver coscienza della mia lode e così, propriamente, pregarlo.
Sono ben inserita in questo mondo di cieli, di piante, di animali, in questo mondo sensibile, e ringrazio Dio di averci ispirato, nei salmi, una preghiera che fiorisce dalla contemplazione di questo mondo e che risponde così bene alla mia personale esperienza e a quella concezione dell'uomo e della sua situazione nel mondo che mi è offerta da san Tommaso. Il quale mi dice - con un'ardita teoria che non mancò di suscitare scandalo ai suoi tempi e che non è stata forse ancora assimilata dal pensiero cristiano, la tesi dell'unicità della forma sostanziale nell'uomo - che il medesimo principio per cui mi elevo alla contemplazione della verità, alla contemplazione di ciò che Dio mi ha rivelato di sé, è quello per cui ho un determinato temperamento, un determinato corpo con le sue forze e debolezze. E mi spiega così, ripetendomi mille volte che l'intelligenza umana è l'infima delle intelligenze, la pochezza del mio lume, la fatica che debbo fare per elevarmi alla sublime verità della infinita trascendenza di Dio - haec sublimis veritas chiama san Tommaso la frase con la quale Dio disse il suo nome a Mosè - ma spiega anche come io possa in certo modo dare voce alle creature inferiori all'uomo, o meglio:  come io possa capire, interpretare la loro voce di lode, poiché questa umana intelligenza, l'infima delle intelligenze, fa un po' da cerniera fra il mondo dei corpi e quello delle pure intelligenze, degli Angeli.



(©L'Osservatore Romano - 28 settembre 2008)
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giovedì, 25 settembre 2008

SAN VINCENZO de' PAOLI


(1581-1660)

di P. Luigi Mezzadri CM

È livido l'orizzonte sociale sul quale si staglia la figura di San Vincenzo de' Paoli, il santo della carità: a metà '600, infatti, la fame, la guerra e la peste laceravano ormai il cuore della Francia, mentre la politica dei privilegi costringeva al pietoso spettacolo dell'elemosina, inutile, implorata sulle gradinate di palazzi ricchi e sontuosi. Ma il re pensava al prestigio della corona e alle conquiste territoriali: quale vantaggio avrebbe ottenuto dai poveri del proprio paese? Eppure Vincenzo provò a dar voce alla loro fame e alla loro disperazione. Quando fra il 1639 e il 1642 le notizie provenienti dalla Lorena si fecero drammatiche, egli implorò la pace ai piedi di Richelieu. E ancora, dieci anni dopo, mentre la guerra era alle porte di Parigi, il santo attraversò le linee dei contrapposti eserciti, quello del re e quello della Fronda, e con inaudito coraggio affrontò Mazzarino, vero germe della rivolta, e osò dirgli: " Si getti a mare". L'astuto cardinale naturalmente non cedette: il Potere era più importante della Pace.
ORIGINI E PRIMI ANNI DI SACERDOZIO (1581 - 1608)
Terzo dei sei figli di Jean e Bertrande de Moras, Vincenzo nasce nell'aprile del 1581 a Pouy, un villaggio vicino Dax, nelle Lande della Guascogna, nel sud-ovest della Francia.
Le sue origini contadine caratterizzarono la fanciullezza di Vincenzo, impegnandolo in occupazioni quali quelle di badare al bestiame di famiglia ed eseguire i più comuni lavori campestri. Ben presto, però, accortisi delle sue capacità intellettive, i genitori decisero di farlo studiare affidandolo, nel 1595, ai francescani del vicino convento di Dax. Rimase qui solo pochi mesi perché, forse su raccomandazione dei frati, si guadagnò l'insperato interesse di un protettore, il signor de Comet, avvocato di Dax e giudice di Pouy che lo accolse in casa come precettore dei suoi figli e lo convinse ad intraprendere gli studi ecclesiastici.
Ricevuta la tonsura e gli ordini minori nel 1596 studiò teologia a Tolosa e nel 1600, non ancora terminati gli studi, fu ordinato sacerdote. Lo stesso anno dell'ordinazione si fece largo per ottenere, nella sua diocesi, un beneficio ecclesiastico. Con l'appoggio del signor de Comet fu nominato parroco di Tilh dal vicario generale: dovette tuttavia rinunciarvi poiché la legittimità di quel beneficio gli fu contestata da un altro prete in possesso della stessa nomina. Questa, insieme ad altre esperienze negative gli tarparono le ali dell'entusiasmo, tanto che nel 1608, quando arriverà a Parigi, avvertirà di essere già un prete finito.
Nel 1604 terminò gli studi acquisendo il grado di baccelliere. Il periodo dal 1605 al 1607, è il più discusso della biografia dei santo. Un periodo oscuro, in cui si perdono le sue tracce, per il quale l'unica documentazione da cui trarre informazioni è costituita da due lettere scritte nel 1607 e 1608 a Monsieur de Comet, dove il Santo racconta che per riscuotere l'eredità di un testamento in suo favore si recò a Marsiglia, ma nel ritorno a Tolosa l'imbarcazione su cui viaggiava fu assalita dai corsari turchi che lo fecero prigioniero e lo vendettero come schiavo.
Vincenzo racconta di essere stato venduto ad un pescatore, poi ad un medico alchimista ed infine, ad un rinnegato, un ex frate francescano con tre mogli che per opera di Vincenzo decise di tornare alla fede cattolica restituendogli la libertà in segno di riconoscenza e gratitudine.
Decise allora di andare a Parigi desideroso di un beneficio, indispensabile per la sua stabilità economica. Dalla capitale francese, nel 1610, scrisse alla madre delle sue traversie e dei suoi progetti sperando ancora di potersi "ritirare onoratamente".
UN CAMMINO DI CONVERSIONE (1609 -1617)
In questo contesto di proponimenti e aspirazioni, costellato di speranze e delusioni, alcuni episodi e personaggi incisero profondamente sulla "conversione" del Santo.
Vincenzo visse, nel 1609, durante il soggiorno a Parigi, una delle umiliazioni più cocenti della sua vita: fu, infatti, accusato di furto reagendo coraggiosamente all'imputazione con grande virtù ed umiltà.
In quell'occasione conobbe Pierre de Bérulle, personaggio di spicco della spiritualità francese di quel tempo che, pochi anni dopo Vincenzo scelse come suo direttore spirituale.
Il suo interesse orientato non più esclusivamente a mete di ascesa sociale, ma anche e soprattutto ad una crescita di ordine spirituale, costituisce un ulteriore indizio dei cambiamenti che Vincenzo vive in questo periodo. Persino la profonda crisi spirituale che affrontò tra il 1611 ed il 1616 può essere considerata frutto di un suo cambiamento spirituale. La radice di questa tribolazione può essere ricercata in un preciso episodio: alla corte della regina Margherita, il Santo incontrò un dottore in teologia tentato fortemente contro la fede a tal punto da volersi suicidare. Vincenzo lo tranquillizzò pregando Dio di trasferire nella propria anima i suoi tormenti. Così mentre il teologo riacquistava la fede in Dio, Vincenzo cadeva nel turbine di una profonda crisi spirituale, che terminò soltanto con la definitiva decisione di consacrare la sua vita al servizio dei poveri. Lo smarrimento non aveva comunque interrotto il cammino di conversione sul quale il Signore aveva avviato il nostro santo. Nel 1612, infatti, il Bérulle, dovendo trovare un curato per la parrocchia di Clichy, alla periferia di Parigi, propose l'incarico a Vincenzo che accettò con gran entusiasmo. Prese possesso della parrocchia il 2 maggio dello stesso anno e qui iniziò a predicare con entusiasmo e persuasione, visitando gli infermi, gli afflitti, i poveri. Riferendosi al periodo vissuto a Clichy, anni dopo, raccontò: Un giorno il cardinale di Retz mi domandava: "Ebbene! Signore, come state?" Gli risposi: "Monsignore, sono tanto contento da non dirsi". "Perché?" "Perché ho un popolo tanto buono, tanto obbediente a tutto quello che gli dico, che penso in me stesso che neppure il papa, né voi, monsignore, siate felici quanto me".
Nel 1613 il Bérulle lo invitò a lasciare Clichy per entrare, come precettore, in una delle più illustri famiglie di Francia: i Gondi, famiglia di banchieri fiorentini che avevano fatto fortuna con Caterina de Medici. Vincenzo accettò il nuovo incarico anche se mantenne la cura della parrocchia di Clichy fino al 1626. In segno di riconoscenza per i suoi favori spirituali, certi ormai delle sue qualità, i Gondi nominarono Vincenzo cappellano dei loro feudi. Finalmente si realizzava il suo sogno tanto ambito: una carica ecclesiastica presso la nobiltà francese che gli assicurasse una vita agiata e senza problemi. Ma ormai Vincenzo aveva maturato un profondo cambiamento
.
1617: ANNO DELLA GRANDE SVOLTA
Le nuove difficoltà avevano messo a dura prova il suo stato d'animo, provocando quel lungo periodo di nebbia, durato circa un decennio, che trovò una breve tregua nel 1612, anno in cui fu parroco a Clichy, e che sfumò completamente solo nel 1617, allorquando ebbe sicura coscienza della propria vocazione al servizio e all'evangelizzazione dei poveri. Proprio al 1617, infatti, risalgono i due incontri-eventi che gli svelano la realtà del mondo dei poveri: l'incontro con un contadino prima, e con una famiglia poi, gli manifesterà l'altra faccia della povertà, non solo quella di "pane", ma anche quella spirituale, la povertà di giustizia e di dignità.
Nel gennaio del 1617, durante una visita a Folleville, fu chiamato al capezzale di un contadino del vicino villaggio di Gannes. Vincenzo incoraggiò il moribondo ad effettuare una confessione generale, il cui esito andò ben oltre le aspettative del santo. Il contadino, infatti, cominciò a confessare mancanze molto gravi, sempre taciute nelle precedenti confessioni.
Al termine della confessione, quel pover'uomo si sentì liberato dai rimorsi che lo avevano accompagnato fino ad allora e fu invaso da una gioia incontenibile. Nei tre giorni di vita che ancora gli rimasero la grazia lo spinse a fare confessione pubblica, anche in presenza della signora Gondi di cui era vassallo, dei gravi peccati commessi nella sua vita passata.
La signora Gondi rimase scossa: "Ah! Signore, che cosa è mai? Che cosa abbiamo udito? Senza dubbio avviene lo stesso della maggior parte di questa povera gente. Ah! Se quest'uomo che passava per un uomo dabbene, era in uno stato di dannazione, che sarà degli altri che vivono peggio di lui? Ah! Signor Vincenzo, quante anime si dannano!Come rimediarvi?" Il 25 gennaio, pochi giorni dopo quella confessione, nella festa della conversione di san Paolo, Vincenzo tenne una predica in cui insegnava come fare la confessione generale.
Era un martedì, ma era tanta la gente accorsa che Vincenzo non poté confessare tutti. Furono chiamati in aiuto i Gesuiti di Amiens, segno che la predica aveva realmente colpito quelle anime. Per Vincenzo fu una rivelazione. Sentì che quella era la sua missione, l'opera che Dio voleva da lui: portare il Vangelo alla povera gente delle campagne. Otto anni dopo fondò la Congregazione della Missione con questo specifico carisma spirituale e considerò sempre il 25 gennaio 1617 come giorno di fondazione della Compagnia e la predica fatta in quel giorno come "la prima predica della Missione".
All'aumentare del suo zelo apostolico, cresceva tuttavia anche il disagio nel suo ruolo di precettore dei bisbetici figli dei signori Gondi. Sempre più convinto di non essere adatto a tale compito, espose i suoi sentimenti ed i suoi progetti al suo padre spirituale, il Bérulle, che gli affidò la cura pastorale della parrocchia di Chatillon les Dombes (oggi Chátillon sur Chalaronne), una cittadina nei pressi di Lione da poco passata alla Francia e che risentiva fortemente dell'influsso calvinista della vicina Ginevra. Partì immediatamente, senza nemmeno comunicare ai Gondi le sue nuove intenzioni. Era la Quaresima del 1617. Si trasferì subito nella sua parrocchia. L'esperienza fondante della Compagnia della Carità ebbe luogo in questa parrocchia, il 20 agosto 1617.
"Una domenica, mentre mi vestivo per dire la santa Messa, vennero a dirmi che in una casa isolata, ad un quarto di lega di distanza, tutti erano malati, senza che rimanesse una sola persona per assistere gli altri, e tutti in una miseria da non dirsi. Ne fui veramente commosso. Non mancai di raccomandarli nella predica, con affetto, e Dio, toccando il cuore di quelli che mi ascoltavano, fece sì che tutti fossero presi da compassione per quei poveri sventurati. Dopo i vespri, presi un galantuomo, un borghese della città, ed insieme ci mettemmo in cammino. Sulla via incontrammo alcune donne che ci precedevano, e un poco più in là, altre che tornavano: ve n'erano tante che l'avreste detta una processione. Proposi a tutte le buone persone che la carità aveva spinto a recarsi colà, di quotarsi, un giorno per una, per far da mangiare non soltanto per quelli ma anche per coloro che sarebbero venuti dopo, ed è il primo luogo dove la carità fu istituita. "
Per vincere questa partita scelse di giocare la carta migliore, quella della generosità: si impegnò come prete nelle missioni popolari e si dedicò a fondare associazioni laiche d'azione caritativa. Le persone che vi aderivano s'impegnavano ad assistere i poveri del proprio villaggio e della propria parrocchia. Sicché l'iniziativa gradualmente si diffuse, riscontrando generosi interventi soprattutto dalle donne, sposate ma anche nubili. Nello stesso tempo e con la stessa urgenza nasce, nella missione, l'esigenza di avere un gruppo fisso di predicatori, decisi a vivere insieme la gioia e la passione della vita apostolica. Nacque così la Congregazione della Missione (1625), una comunità di sacerdoti e fratelli chiamati alla perfezione personale, all'evangelizzazione dei poveri e alla formazione del clero, naturalmente nei seminari.  L'esperienza delle Compagnie della Carità, ormai moltiplicate, aveva rivelato la maggior disponibilità della donna alle iniziative per i poveri, e la necessità di un impegno nella carità a tempo pieno. Ciò indusse Vincenzo ad affiancare le dame in una nuova comunità femminile, quella delle Figlie delle Carità (1633), e nell'ambito di questo progetto Vincenzo trovò in S. Luisa de Marillac una collaboratrice intelligente e preparata, in grado di interpretare gli orientamenti della sua intuizione. La nuova comunità era composta da suore di vita attiva, non legate al vincolo della clausura, con voti annuali privati, quindi esenti dagli ordinari, e tuttavia con una regola basata sulla vita comune e su precisi impegni di preghiera e servizio. Un'esperienza religiosa femminile completamente nuova, che superava i rigidi schemi del tempo, basati sull'esclusione della donna dall'apostolato.

DALLE DAME DELLA CARITA' ALLE FIGLIE DELLA CARITA' (1617 - 1633)
In poco tempo, le Confraternite si affermavano nelle grandi città francesi. Ad esse aderivano sempre più numerose le dame e dovunque il riscontro risultava sempre positivo, sia da parte delle autorità ecclesiastiche che di quelle civili. Nel 1629 le Confraternite della Carità raggiunsero Parigi e nel giro di pochi anni non vi fu parrocchia nella capitale che non avesse la sua Confraternita. Le vediamo impegnarsi in molteplici direzioni: nell'opera dei trovatelli, allora considerati "figli del peccato"; nei soccorsi alla Lorena nel 1639, alla Piccardia nel 1641, alla Champagne nel 1643; presso l'opera dei prigionieri e galeotti; nell'opera dei mendicanti per cui le dame fecero costruire un grande ospedale in Parigi.
Si prodigarono per il sovvenzionamento delle missioni all'estero per la propagazione della fede in terre da evangelizzare (Barberia, Madagascar, ecc). Le dame, però, vincolate alla famiglia, alla vita privata, spesso anche al proprio titolo nobiliare, difettavano del tempo e della condizione necessari a dedicarsi in prima persona a queste occorrenze. Ma Vincenzo seppe far fronte a tale problema.
Nel 1645, infatti, scriveva all'Arcivescovo di Parigi: "Poiché le Dame, che compongono questa Confraternita [della Carità] sono per la maggior parte di nobile condizione che non permette loro di adempiere alle più basse e vili faccende occorrenti nell'esercizio della Confraternita stessa come per esempio portare la pentola per la città, fare salassi, preparare e fare i clisteri, medicare le piaghe, rifare i letti e vegliare i malati che sono soli e si avvicinano alla morte, ecco che hanno preso alcune buone ragazze di campagna, a cui Iddio aveva messo in cuore di assistere i poveri malati. Ed esse adempiono tutti questi piccoli servizi dopo essere state impratichite a tale scopo da una virtuosa vedova chiamata Madamigella Le Gras [Luisa de Marillac]."
Siamo alla fondazione delle Figlie della Carità (1633).
Il loro stile di vita, si ispirava a quello delle comunità religiose femminili, ma il loro carisma era legato ad una concezione del tutto nuova della vita consacrata femminile. Fu evitato accuratamente ogni segno distintivo canonico che potesse equivocarne la condizione, qualificandole come religiose.
Anzitutto, chiese che la Compagnia fosse approvata come Confraternita e non come comunità religiosa: questa scelta si rivelerà fondamentale per la realizzazione del suo proposito di vedere queste donne non più rinchiuse tra le mura di un monastero, ma attive e operanti nel mondo, tra la gente; non più "monache", donne sole, ma "suore", sorelle di tutti, aperte alle esigenze degli altri spiritualmente, ma anche e soprattutto nella concretezza della quotidianità, compagne di viaggio dei più sciagurati, stimolo costante alla solidarietà, alla fratellanza e alla ricerca delle cose essenziali che fanno l'uno prossimo dell'altro.
Dopo il 1633 le opere vincenziane conobbero un incremento notevole. Nel 1636 furono mandati dei missionari come cappellani nell'esercito. Le devastazioni della Lorena, Piccardia, Champagne e Ile-de-France indussero Vincenzo a organizzare i soccorsi per le popolazioni colpite. Nel 1638, dopo aver promosso la presenza delle Figlie della Carità negli ospedali, iniziò l'opera in favore degli orfani
.

IL PERIODO DELLA MATURITA' SPIRITUALE (1633 - 1660)
Nel 1633 la vita del santo affrontò un'altra, la terza, svolta. Vincenzo aveva ormai 53 anni ed era lontana l'epoca dell'ambizione. Erano gli altri, la società, che gli riconoscevano un ruolo carismatico, che avevano bisogno di lui. E lui era pronto, libero di servire.
Vincenzo coadiuvò la riforma monastica e in quell'anno istituì le "conferenze del martedì" per il miglioramento del clero. Dieci anni dopo, alla morte di Luigi XIII, allorquando la regina Anna d'Austria passò al potere della Francia, tale impegno gli valse la nomina a membro del Consiglio di coscienza.
In quest'ultimo terzo della sua vita, la storia di Vincenzo diventa un pezzo della storia della chiesa universale e della storia della Francia. Si intreccia con la storia bellica della Francia: nel 1632 l'invasione della Lorena, nel 1649 la guerra della Fronda. La Congregazione della Missione si espande sempre più (nel 1660 era composta da 426 preti e 196 fratelli coauditori): nel 1636 i missionari prendono la cura dei seminario di Parigi, si diffondono nel mondo (1642 Italia, 1645 Tunisi, 1646 Algeri e Irlanda, 1648 Madagascar, 1651 Polonia), predicano missioni popolari nelle campagne a ritmo continuo (tra il 1625 ed il 1632 circa 140 missioni, dal 1642 al 1660 solo la casa di San Lazzaro circa 700). La presenza della Figlie della Carità era ormai avvertita come indispensabile dappertutto: scuole, ospedali, parrocchie, mentre le Dame della Carità non si limitarono più alla sola visita dei malati: intrapresero l'opera dei trovatelli, prestarono servizio ai feriti durante la guerra, ai galeotti, ai mendicanti, etc.
Direttamente impegnato nella gestione delle missioni, nonostante il frenetico ritmo di vita, Vincenzo non era affatto una persona tesa, indisponente, frenetica. Pur avendo il genio dell'organizzazione, quello che colpisce non è il metodo, ma lo spirito del suo lavoro. Era cosciente di fare un'opera di Dio. La coerenza interna del suo pensiero e della sua azione nasce proprio dall'unione di carità e Vangelo. Aveva scoperto di essere stato ricercato da Dio, raggiunto da Lui. Si sentiva amato e voleva amare. Il suo zelo, la sua passione per le anime era unicamente espressione del suo amore per Dio.
Il 27 settembre 1660 Vincenzo muore. Era vestito, seduto su una sedia, vicino al fuoco... come in attesa di qualcuno. Le sue ultime parole furono: "Gesù".

Papa Benedetto XIII lo ha proclamato beato il 13 agosto 1729: è stato canonizzato il 16 giugno 1737 da papa Clemente XII.


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giovedì, 25 settembre 2008

In pascoli ubertosi pascolerò le mie pecore
«Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti di Israele» (Ez 34, 13). Per «monti di Israele» devono intendersi le pagine delle Sacre Scritture. Lì pascolate, se volete pascolare con sicurezza. Tutto quello che ascolterete da quella fonte, gustatelo con piacere; tutto quello invece che è al di fuori, rigettarlo. Per non andare errando nella nebbia, ascoltate la voce del pastore. Radunatevi sui monti delle Sacre Scritture. Ivi troverete le delizie del vostro cuore, ivi non c'è nulla di velenoso, nulla di dannoso: solo pascoli ubertosi. Venite solamente voi; pecore sane, venite; voi solo pascolate sui monti di Israele. «E lungo i ruscelli e in ogni luogo abitato del paese» (Ez 34, 13 volg.). Infatti dai monti, di cui abbiamo parlato, sono scaturiti i fiumi della predicazione evangelica quando per tutta la terra si è diffusa la loro voce (cfr. Sal 18, 5) ed ogni contrada della terra è diventata rigogliosa e fertile per pascervi le pecore. «Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d'Israele: lì riposeranno in un buon ovile» (Ez 34, 14) cioè dove possano trovare riposo, dove possano dire:  Si sta bene. Dove possano riconoscere: E' vero, è chiaro, non ci inganniamo. Troveranno riposo nella gloria di Dio, come in casa propria: «E dormiranno», cioè riposeranno, in grandi delizie. «E avranno rigogliosi pascoli sui monti di Israele» (Ez 34, 14). Ho già parlato di questi monti di Israele, monti floridi, verso i quali leviamo gli sguardi perché di là ci venga l'aiuto. Ma il nostro aiuto ci viene dal Signore, «che ha fatto il cielo e la terra» (Sal 123, 8). Infatti perché la nostra speranza non si arrestasse ai monti floridi, dopo aver detto: «Pascolerò le mie pecore sui monti di Israele», soggiunse subito: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo» (Ez 34, 15). Leva pure il tuo sguardo verso i monti, donde verrà il tuo aiuto, ma non dimenticare chi dice: «Io le condurrò al pascolo». Perché l'aiuto ti viene dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra. E conclude così: E le pascolerò come è giusto, con giudizio (cfr. Ez 34, 16). Considera come egli solo sappia pascolare il gregge, perché solo lui lo pascola come è giusto, con giudizio. Quale uomo infatti è in grado di giudicare un altro uomo? Il mondo è pieno di giudizi avventati. Colui del quale dovremmo disperare, ecco che all'improvviso si converte e diviene ottimo. Colui dal quale ci saremmo aspettati molto, ad un tratto si allontana dal bene e diventa pessimo. Né il nostro timore, né il nostro amore sono stabili e sicuri. Che cosa sia oggi ciascun uomo, a stento lo sa lo stesso uomo. Tuttavia fino a un certo punto egli sa che cosa è oggi, ma non già quello che sarà domani. Dio solo dunque pascola con giudizio, distribuendo a ciascuno il suo: a chi questo, a chi quello, secondo che gli è dovuto. Egli infatti sa quello che fa. Pascola con giudizio coloro che ha redento, lui che si è sottoposto a un giudizio umano. Dunque è lui solo che pascola con giudizio.

Dal «Discorso sui pastori» di sant'Agostino, vescovo
 

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mercoledì, 24 settembre 2008
La figura del giovane carabiniere a sessantacinque anni dalla scomparsa

L'attualità del sacrificio
di Salvo D'Acquisto


 

di Vincenzo Pelvi
Ordinario militare per l'Italia

L'Italia è un Paese bisognoso della testimonianza cristiana, per la presenza di una cultura predominante in Occidente, caratterizzata dall'autosufficienza e dominata dal laicismo. La stessa etica viene ricondotta dentro i confini del relativismo e dell'utilitarismo, con l'esclusione di ogni principio morale valido e vincolante per se stesso, e dove la libertà individuale è considerata valore fondamentale a cui tutti gli altri dovrebbero sottostare. In tale contesto Dio risulta estraneo e assente. Occorre, perciò, risvegliare le radici della nostra civiltà, perché l'Italia resta un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana.

L'esempio dei martiri cristiani

Ne è convinto assertore Papa Benedetto XVI, che, in occasione della XII seduta pubblica delle Pontificie Accademie, ha dichiarato:  "È più che mai necessario riproporre l'esempio dei Martiri cristiani, sia dell'antichità sia dei nostri giorni, nella cui vita e nella cui testimonianza spinta fino all'effusione del sangue, si manifesta in modo supremo l'amore di Dio". L'annuncio del Vangelo non avviene solo attraverso il semplice passaparola di informazioni e neppure con i mezzi di comunicazione, ma mediante uomini e donne che "provano" la perdurante verità di Cristo nella storia tramite la loro fedeltà al Vangelo, sino ad accettare di morire, perché la risurrezione sia narrata concretamente come una ragione per la quale vale la pena di vivere e dare la vita. Amare non è solo emozione, mero sentimento, è un'azione:  dare ciò che fa belle e intense le giornate, ciò che fa vibrare l'animo dinanzi al bene, comunicare la bellezza dell'incontro con Dio. È il segreto del paradossale messaggio cristiano, da riscoprire sempre dietro il nome e il volto di qualcuno il cui cuore ne è rimasto positivamente trafitto.
La nostra nazione, è attraversata da un fiume di nomi, di confessori, di martiri:  i testimoni, tra cui il vicebrigadiere dei carabinieri Salvo D'Acquisto, racconto vivente di quell'amore "più grande" che compendia ogni altro valore:  dare la vita per i propri amici (Gv, 15, 13). Ragazzo limpido, con una intimità ricca di grande umanità e rettitudine morale, dall'agire delicato ma fermo, guidato dalla fede in Dio e dalla lealtà all'Arma, Salvo si distingue presto per la fedeltà al dovere e il rispetto per la gente, il suo innato bisogno di aiutare gli altri, armonizzando il sentire religioso con l'affetto per il prossimo e le doti tradizionali del carabiniere:  l'amore di Patria, il coraggio, lo spirito di sacrificio, il senso del dovere e della solidarietà.
"Il mio dovere è di essere con la gente che è stata affidata a noi":  questa fu la netta risposta, espressione di un cuore pieno di amore, data a chi gli consigliava di nascondersi a Roma dopo l'8 settembre 1943. Immolarsi per gli altri. Una convinzione che lo porta, in un pomeriggio del 23 settembre 1943, presso la Torre di Palidoro, una borgata sulla Via Aurelia, alle porte di Roma, a offrire se stesso per salvare ventidue ostaggi che già stavano scavando la loro fossa di morte, dove sarebbero stati sepolti dopo la fucilazione come ritorsione a un presunto attentato. Un gesto, compendio di una esistenza più intensa e vera, che vuole affermare, in un momento triste per la storia dell'umanità, la possibilità di una speranza, perché gli uomini ritrovino la forza di donarsi, certi che la felicità coincide con la carità.
Donare la vita non fu per Salvo un momento episodico, di generosità occasionale, ma decisione di consacrare tutta intera la sua pur breve esistenza, coerente con il proprio ideale umano e cristiano, con la propria divisa, indossata con dignità, in difesa di una patria più giusta a solidale.
A sessantacinque anni dalla morte, l'esempio di Salvo D'Acquisto risuona nella coscienza di migliaia di uomini e donne del mondo militare e non. A suo ricordo continuano a essere dedicati monumenti, caserme, scuole, strade e piazze, invitando a ritrovare i valori della rinuncia e del sacrificio, che l'umanità ha perso e che un giovane carabiniere ha manifestato splendidamente senza clamori. Egli insegna che la giovinezza non è proprietà esclusiva di chi la vive e non di rado la sciupa. Il Vangelo della pace non si dimostra, si mostra pagando di persona.

Coerenza della testimonianza

L'attualità di Salvo, allora, è nell'indicare la coerenza come forma specifica della testimonianza evangelica, anche a prezzo del martirio. La coerenza di essere impegnati al servizio del bene comune, custodi della concordia civile, messaggeri di quella pace, che racchiude sempre qualcosa di sacro, pur cosciente delle furbizie e delle asprezze che gli altri lasciano sulla strada della vita. Testimone è chi vive nella logica delle beatitudini evangeliche. E questo in ogni situazione, anche la più complessa e difficile; a qualsiasi costo anche della rinuncia e del massimo coraggio, anche di venir incompreso, deriso, emarginato, rifiutato e ucciso.
Così, il credente, con una forte armatura spirituale, affermerà con determinazione il suo genio cristiano, humus dove fiorisce lo scambio tra esperienze del quotidiano ed esigenze del Vangelo, artefice grande e umile della crescita del Regno di Dio nella storia. La coerenza del cristiano comporterà una sua riconoscibilità e un riconoscimento di quella eredità di fede, di valori comuni e di unità che sono divenuti dote civile dell'intera società e aiutano lo sviluppo del Paese. In tal senso i battezzati - per ricordare la Lettera a Diogneto - non rinunciano alla loro testimonianza né la contrappongono semplicemente alla legge ma obbediscono alle norme stabilite, eppure vincono le leggi con il proprio specifico modo di vivere.
Salvo D'Acquisto può, dunque, considerarsi significativo modello per ammirare e imitare la professione di una autentica appartenenza a Cristo e la coraggiosa coerenza delle proprie azioni. Nell'esemplarità della sua vita sembra risuonare la voce di Ignazio di Antiochia nella Lettera agli Efesini:  "È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo".




(©L'Osservatore Romano - 24 settembre 2008)
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martedì, 23 settembre 2008

Non abbandonarmi, Dio mia salvezza!

Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore.

Rm 13, 8. 10

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lunedì, 22 settembre 2008

Benedetto XVI:

la crisi non esime dal lottare contro la povertà


In vista del vertice all'ONU sugli Obiettivi del Millennio


CASTEL GANDOLFO, domenica, 21 settembre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha avvertito questa domenica che la crisi economica e finanziaria mondiale non esime dal mettere in pratica gli impegni assunti nella lotta alla povertà.

Il Pontefice ha rivolto il suo appello dalla residenza di Castel Gandolfo in vista del vertice che si svolgerà il 25 settembre nella sede delle Nazioni Unite di New York per verificare il raggiungimento degli obiettivi stabiliti nella Dichiarazione del Millennio l'8 settembre 2000.

In occasione del vertice, che riunirà leader di tutti i Paesi del mondo, il Vescovo di Roma ha rinnovato l'invito "affinché si prendano e si applichino con coraggio le misure necessarie per sradicare la povertà estrema, la fame, l'ignoranza e il flagello delle pandemie, che colpiscono soprattutto i più vulnerabili".

"Un tale impegno, pur esigendo in questi momenti di difficoltà economiche mondiali particolari sacrifici, non mancherà di produrre importanti benefici sia per lo sviluppo delle Nazioni che hanno bisogno di aiuto dall'estero sia per la pace e il benessere dell'intero pianeta", ha aggiunto.

Con la Dichiarazione del Millennio, i Capi di Stato e di Governo hanno adottato otto obiettivi, il primo dei quali è sradicare l'estrema povertà e la fame.

Altri scopi sono raggiungere l'istruzione primaria universale, promuovere l'uguaglianza dei generi e l'autonomia della donna, ridurre la mortalità infantile, combattere l'Hiv/Aids, il paludismo e altre malattie e garantire uno sviluppo che rispetti l'ambiente.

 

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domenica, 21 settembre 2008

San Matteo Apostolo ed evangelista

I secolo dopo Cristo

Matteo, chiamato anche Levi, viveva a Cafarnao ed era pubblicano, cioè esattore delle tasse. Seguì Gesù con grande entusiasmo, come ricorda San Luca, liberandosi dei beni terreni. Ed è Matteo che nel suo vangelo riporta le parole Gesù:"Quando tu dai elemosina, non deve sapere la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina rimanga nel segreto... ". Dopo la Pentecoste egli scrisse il suo vangelo, rivolto agli Ebrei, per supplire, come dice Eusebio, alla sua assenza quando si recò presso altre genti. Il suo vangelo vuole prima di tutto dimostrare che Gesù è il Messia che realizza le promesse dell' Antico Testamento, ed è caratterizzato da cinque importanti discorsi di Gesù sul regno di Dio. Probabilmente la sua morte fu naturale, anche se fonti poco attendibili lo voglio non martire di Etiopia.

Patronato: Banchieri, Contabili, Tasse, Finanzieri

Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico

Emblema: Angelo, Spada, Portamonete, Libro dei conti

Martirologio Romano: Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.

 

 

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