venerdì, 31 ottobre 2008
L'inno manzoniano per la solennità di tutti i santi

Quando il poeta diventa teologo


 

di Inos Biffi

Nell'elenco dei dodici inni, che Alessandro Manzoni aveva progettato a commento delle principali solennità dell'anno liturgico, era anche contemplato un inno per tutti i santi, l'Ognissanti, che rimase tuttavia incompleto, mentre non vennero composti quelli per l'Epifania, l'Ascensione, il Corpo del Signore, la Cattedra di san Pietro, l'Assunzione e i Morti. Il poeta lo inizia nel 1830, ma la stesura, già da subito, non deve averlo soddisfatto; di quella stesura eliminata resta soltanto il titolo, cui fanno seguito tre citazioni bibliche:  "... in omnibus Christus. (Paul. Col. iii, 11); Multa quidem membra, unum autem corpus. (Cor. i. xii, 20); Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu. (Gal. iii, 28)", le quali concordano sul tema dell'unità del Corpo di Cristo, formato dalla molteplicità delle membra e, in questa prospettiva, una visione degli stessi santi contemplati in quest'unico Corpo. Una lettera al figlio Pietro del 1847 indica che un terzo dell'inno è finito, ma gli raccomanda di non farne parola a nessuno. Di fatto sappiamo che il testo incompiuto fu letto da Rosmini. Più tardi, nel 1860, quattro sue strofe vennero pubblicate da Louise Colet, alla quale Manzoni stesso le aveva fatte conoscere, mentre il tutto vide la luce nel 1914. Senza dubbio, per la sua incompiutezza non ci è possibile conoscere e gustare tutta la visione che Manzoni aveva concepito o ci avrebbe dato nell'interezza; e tuttavia le strofe che ci ha lasciato sono di una incomparabile bellezza di poesia e di teologia della santità cristiana. Ripassano nelle quattordici strofe due categorie di santi:  quelli che sono vissuti nel chiostro, quelli raggiunti dalla misericordia divina con la grazia della conversione, mentre considerata a sé, come incomparabile, viene al terzo posto la Vergine Maria. La prima categoria rievocata da Manzoni è quella dei santi vissuti nella solitudine o che, com'è scritto da Manzoni in appunti sparsi, hanno serbato "i silenzi del cor". Con tutta l'intensità e l'ardore del loro desiderio essi hanno cercato Dio come si cerca il Sole, che, ancora velato dalle nebbiose ombre terrene - "ora vediamo in modo confuso", afferma l'Apostolo - li riveste adesso con la pienezza straripante e beatificante della sua luce nitida e splendente:  "Cercando col cupido sguardo, / Tra il vel della nebbia terrena, / Quel Sol che in sua limpida piena / V'avvolge or beati lassù". Il mondo, nella sua superbia, disprezza la santità fasciata dal silenzio - come dice la Scrittura:  la "sapienza nascosta e tesoro invisibile" (Siracide, 20, 30) - quella dei contemplativi, degli anacoreti, degli asceti penitenti, dei mistici; al suo giudizio le virtù esercitate in solitudine, operosamente raccolte e gelosamente conservate, non appaiono meritevoli dell'onore degli altari, ma solo un patrimonio insignificante e infruttuoso:  "Il secol vi sdegna, e superbo / Domanda qual merto agli altari / V'addusse; che giovin gli avari / Tesor di solinghe virtù". La domanda va fatta al Creatore. Dalla sua provvida cura, e a utilità degli uomini, sono certo venuti la spiga di grano, che alimenta la vita, le fibre per intesser le vesti, le erbe con virtù medicinali:  "nell'erba del campo / La spiga vitale nascose, / Il fil di tue vesti compose, / De' farmachi il succo temprò". E sempre per la creazione divina sono apparsi il pino, che non si piega al vento australe - "il pino inflessibile agli austri" - il salice che, condiscendente, si lascia piegare (lenta salix di Virgilio) - "docile il salcio alla mano"; il larice, che resiste alle intemperie invernali, come l'ontano resiste alle acque - "il larice ai verni, e l'ontano durevole all'acque". E qui pare di scorgere il gusto di Manzoni esperto di botanica nel far passare e illustrare, in poetica e compiaciuta rappresentazione, erbe e piante, quasi connotati di qualità o risonanze morali:  si pensi alla docilità del salice e, all'opposto, alla non flessibilità del pino. Ma nel mondo non esistono solo creature di visibile e immediata utilità per l'uomo. Con "la spiga vitale", con gli arbusti per i tessuti e le erbe medicinali, spunta e si ritrova un fiore silenzioso, che parrebbe superfluo e creato vanamente. Eppure c'è ed è il Creatore che lo ha fatto apparire. È quindi a lui che deve rivolgere la domanda chi disdegna come sterile e inservibile la santità dei solitari:  "A Quello domanda, o sdegnoso, / Perché sull'inospite piagge, / Al tremito d'aure selvagge, / Fa sorgere il tacito fior, / Che spiega davanti a Lui solo / La pompa del pinto suo velo, / Che spande ai deserti del cielo / Gli olezzi del calice, e muor". Mi sembrano, questi, i versi tra i più belli di Manzoni. Il "tacito fior" - ecco un'altra connotazione morale:  la silenziosità - trova la sua unica ragione nello stesso suo Creatore:  di fronte a lui quel fiore sperduto dispiega lo splendore dei suoi colori, e per lui effonde i suoi profumi; colori e profumi non risultano allora sciupati, poiché rallegrano lo sguardo di Dio e sono un piacere unicamente per lui. La breve vicenda di un fiore che sboccia, con le sue "spoglie lucenti", che spande "i fuggenti olezzi del calice" (Appunti sparsi) e che poi muore, poteva sembrare uno sperpero, e fu invece un atto di gratuita e pura adorazione. Così è della santità:  pur nascosta e lontana dai clamori e dagli elogi del mondo essa vale, perché gradita e preziosa agli occhi di Dio. E qui la poesia di Manzoni si trasfigura in alta e ispirata teologia.
La seconda categoria di santi cantata da Manzoni comprende coloro che sono giunti alla santità dopo aver conosciuto la gravità della colpa e averla espiata:  per lungo tempo incamminati su strade oscure del male, vittime di piaceri ingannevoli e funesti, fatalmente in corsa verso un baratro, si sono mirabilmente trovati nel seno di una sconfinata misericordia:  "E voi che gran tempo per ciechi / Sentier di lusinghe funeste, / Correndo all'abisso, cadeste / In grembo a un'immensa pietà".
Manzoni forse in questi versi pensava alla propria conversione, che egli circondò sempre di grande discrezione e riserbo, invitando a rendere grazie a Dio. È difficile non essere profondamente toccati dai due ultimi versi:  "Correndo all'abisso cadeste / In grembo a un'immensa pietà", che ci fanno pensare a quelli di Dante:  "Ma la bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei" (Purgatorio, ii, 122-123). Tutto portava a pensare che l'abisso dell'inferno e della dannazione avrebbe accolto quei peccatori, ma, per il miracolo del perdono, invece che in quell'abisso, essi si ritrovarono nel tenerissimo abbraccio dell'infinito amore divino. I convertiti santi, ma pensiamo anche a tutti i convertiti, come l'Innominato - e in realtà tutti i santi - sono frutti della pietà di Dio. A somiglianza delle acque sotterranee che, dopo tortuosi percorsi, finalmente trovano la via per erompere e sboccare in un limpido zampillo - in "lucido sgorgo" - essi, ormai purificati, sono risaliti, raggiungendo la vetta della santità; e segnati dalla contrizione e dal coraggio, alimentano nel pianto per le colpe passate l'audace tensione a nobili propositi:  "Sorgeste già puri, e la vetta, / Sorgendo, toccaste, dolenti / E forti, a magnanimi intenti / Nutrendo nel pianto l'ardir". Né essi devono nascondere pudicamente le ferite lasciate in loro dai peccati trascorsi:  quelle ferite recano l'impronta di Dio che le ha rimarginate; quella memoria "costituisce una promessa di salvezza e la prova del potere e della bontà di Dio" (Valter Boggione):  "Un timido ossequio non veli / Le piaghe che il fallo v'impresse:  / Un segno divino sovr'esse / La man, che le chiuse, lasciò". La terza parte del canto è tutta riservata a Maria, che "non ha avuto bisogno del perdono perché ebbe intatta la bellezza della natura umana, quale Dio l'aveva donata ad Adamo:  non fu toccata "prima" dal peccato originale e neppure "poi" dal peccato attuale:  qui sta il capolavoro dell'"Amor che tutto può"" (Giovanni Colombo). Nelle tre brevi strofe che concludono il canto il poeta mostra di aver colto con acuta precisione il senso del dogma dell'immacolata:  Maria non fu purificata dalla colpa, ma è tornata al cielo - ed è il dogma dell'Assunta - adorna della grazia nella quale era stata concepita e che precedette ogni remissione. Come canta la Chiesa:  Tota pulchra es Maria, et macula originalis non est in te. Questa innocenza non fu, tuttavia, un merito della Vergine, ma il gratuito dono dell'Amore divino onnipotente:  "Tu sola a Lui festi ritorno / Ornata del primo suo dono; / Te sola più su del perdono / L'Amor che può tutto locò". Maria è salutata dall'angelo come colei che fu da sempre l'immensamente amata. Per questo non venne contagiata dall'insidioso e avverso Serpente:  "Te sola dall'angue nemico / Non tocca né prima né poi". Soltanto su noi egli riuscì indecentemente vincitore:  "(...) appena su noi / L'indegna vittoria compiè". Secondo la profezia della Genesi, il suo capo orgoglioso fu invece schiacciato dal piede incontaminato della Vergine:  "Traendo l'oblique rivolte, / Rigonfio e tremante, tra l'erba, / Sentì sulla testa superba / Il peso del puro tuo piè".
La descrizione di rara efficacia di quell'"angue nemico" che, turgido e spaventato, sopravviene sinuosamente tra l'erba, richiama il verso virgiliano:  latet anguis in herba (Bucoliche, 3, 93), e quello dantesco:  "Occulto come in erba l'angue" (Inferno, vii, 84), e l'altro:  "Tra l'erba e' fior venìa la mala striscia, / volgendo ad ora ad or la testa, e'l dosso / leccando come bestia che si liscia" (Purgatorio, viii, 100-102).
Così Manzoni, di là dalla santità dei contemplativi e da quella dei santi penitenti, ha ritratto l'innocenza di Maria, modello di tutta la santità cristiana, ancora una volta mostrando la sua luminosa dottrina mariana e la fervida devozione alla Vergine, di cui sono cosparse la sua poesia e la sua prosa.

 

 

Ognissanti


... in omnibus Christus. (Colossesi, III, 11)
Multa quidem membra, unum autem corpus. (1 Corinzi, XII, 20)
Omnes enim vos estis Unum in Christo Jesu. (Galati, III, 28)

Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena
Quel Sol che in sua limpida piena
V'avvolge or beati lassù;

Il secol vi sdegna, e superbo
Domanda qual merto agli altari
V'addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.

A Lui che nell'erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
De' farmachi il succo temprò,
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l'ontano
Durevole all'acque creò;

A Quello domanda, o sdegnoso,
Perché sull'inospite piagge,
Al tremito d'aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior,

Che spiega davanti a Lui solo
La pompa del pinto suo velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.

E voi che gran tempo per ciechi
Sentier di lusinghe funeste,
Correndo all'abisso, cadeste
In grembo a un'immensa pietà;

E, come l'umor, che nel limo
Errava sotterra smarrito,
Da subita vena rapito
Che al giorno la strada gli fa,

Si lancia e, seguendo l'amiche
Angustie, con ratto gorgoglio,
Si vede d'in cima allo scoglio
In lucido sgorgo apparir,

Sorgeste già puri, e la vetta,
Sorgendo, toccaste, dolenti
E forti, a magnanimi intenti
Nutrendo nel pianto l'ardir,

Un timido ossequio non veli
Le piaghe che il fallo v'impresse: 
Un segno divino sovr'esse
La man, che le chiuse, lasciò.

Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L'Amor che può tutto locò;

Te sola dall'angue nemico
Non tocca né prima né poi;
Dall'angue, che, appena su noi
L'indegna vittoria compiè,

Traendo l'oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l'erba,
Sentì sulla testa superba
Il peso del puro tuo piè.



(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2008)
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venerdì, 31 ottobre 2008
La lettera uccide, lo Spirito dà vita, e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà.

Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idròpico. 
Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: «E' lecito o no curare di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 
Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole. 

 Lc 14, 1-6

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venerdì, 31 ottobre 2008
Dal Senato italiano

Approvata una mozione
contro la persecuzione dei cristiani


 

Roma, 30. Il Senato italiano ha approvato all'unanimità una mozione sottoscritta da tutti i gruppi politici contro la persecuzione subita dalle comunità cristiane nel mondo. Il testo ha unificato le quattro mozioni presentate da Lega, Partito democratico, Popolo delle libertà e Unione di centro. La mozione così unificata e approvata in aula impegna il Governo "ad adoperarsi in tutte le sedi comunitarie e internazionali, nonché nell'ambito dei rapporti internazionali bilaterali, affinché vengano garantiti i diritti fondamentali della persona e le libertà religiose e venga posta fine alle violenze e alle persecuzioni alimentate dal fondamentalismo etnico e religioso in ciascun Paese o area di crisi mondiale". In particolare, la mozione impegna il Governo "ad assumere iniziative volte a contrastare le persecuzioni delle comunità cristiane in India, Iraq e in altri Paesi da parte di gruppi estremisti e fondamentalisti; a promuovere il rafforzamento del ruolo internazionale dell'Unione europea quale modello culturale, sociale e istituzionale di riferimento per la tutela e la promozione su scala mondiale dei diritti umani e della pace; a considerare il dramma delle persecuzioni come prioritario nell'ambito delle relazioni bilaterali e internazionali". Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso dell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", aveva espresso l'auspicio che si levasse più alta la voce dell'Occidente per fermare le persecuzioni.



(©L'Osservatore Romano - 31 ottobre 2008)
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venerdì, 31 ottobre 2008
Il discorso del Papa all'International Jewish Committee on Interreligious Consultations

Tra ebrei e cristiani
dialogo nel rispetto e nella verità


 

Il dialogo tra ebrei e cristiani ha bisogno di rispetto, di accettazione reciproca e di verità "per superare differenze, prevenire incomprensioni ed evitare scontri inutili". Lo ha detto il Papa durante l'udienza ai membri dell'International Jewish Committee on Interreligious Consultations, ricevuti nella mattina di giovedì 30 ottobre, nella Sala dei Papi. 
 Cari amici,
sono lieto di ricevere questa delegazione dell'International Jewish Committee on Interreligious Consultations. Da più di trent'anni il vostro Comitato e la Santa Sede hanno contatti regolari e fruttuosi, che hanno contribuito a una comprensione e a un'accettazione maggiori fra cattolici ed ebrei. Colgo volentieri quest'occasione per riaffermare l'impegno per la realizzazione dei principi esposti nella storica dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II. Quella dichiarazione, che ha condannato con fermezza tutte le forme di antisemitismo, è stata sia una pietra miliare significativa nella lunga storia dei rapporti fra cattolici ed ebrei sia un invito a una rinnovata comprensione teologica dei rapporti fra la Chiesa e il popolo ebraico.
Oggi i cristiani sono sempre più consapevoli del patrimonio spirituale che condividono con il popolo della Torah, il popolo eletto da Dio nella sua ineffabile misericordia, un patrimonio che esorta a un apprezzamento, a un rispetto e a un amore più grandi e reciproci (cfr. Nostra aetate, n. 4). Anche gli ebrei vengono esortati a scoprire che cosa hanno in comune con quanti credono nel Signore, il Dio di Israele, che per primo si è rivelato attraverso la sua Parola potente e che dà la vita. Come ci ricorda il salmista, la Parola di Dio è lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino; ci mantiene vivi e ci dona nuova vita (cfr. Sal 119, 105). Questa Parola ci sprona a recare una testimonianza comune dell'amore, della misericordia e della verità di Dio. Questo è un servizio vitale nel nostro tempo, minacciato dalla perdita dei valori spirituali e morali che garantiscono dignità umana, solidarietà, giustizia e pace. Nel nostro mondo inquieto, così spesso segnato dalla povertà, dalla violenza e dallo sfruttamento, il dialogo fra culture e religioni deve essere sempre più considerato come un dovere sacro di quanti sono impegnati nell'edificazione di un mondo degno dell'uomo. La capacità di rispettarsi e accettarsi reciprocamente e di pronunciare la verità con amore, è essenziale per superare differenze, prevenire incomprensioni ed evitare scontri inutili. Come voi stessi avete sperimentato nel corso degli anni, durante gli incontri dell'International Liaison Committee, il dialogo è serio e onesto soltanto quando rispetta le differenze e riconosce gli altri proprio nella loro alterità. Un dialogo sincero ha bisogno di apertura e di un forte senso di identità da entrambe le parti, affinché ognuno venga arricchito dai doni dell'altro. Negli scorsi mesi ho avuto il piacere di incontrare comunità ebraiche a New York, a Parigi e qui in Vaticano. Rendo grazie a Dio per questi incontri e per il progresso che rispecchiano nei rapporti fra cattolici ed ebrei. Con questo spirito, dunque, vi incoraggio a perseverare nella vostra importante opera con pazienza e rinnovato impegno. Vi offro i miei buoni auspici oranti mentre il vostro Comitato si prepara a incontrare il prossimo mese a Budapest una delegazione della Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo, per affrontare il tema "Religione e società civile oggi". Con questi sentimenti, cari amici, chiedo all'Onnipotente di continuare a vegliare su di voi e sulle vostre famiglie e a guidare i vostri passi lungo il cammino della pace.



(©L'Osservatore Romano - 31 ottobre 2008)
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giovedì, 30 ottobre 2008
All'udienza generale il Papa parla dell'esperienza della Croce in san Paolo

La gratuità dell'amore
è la vera sapienza


 

La logica della Croce capovolge la logica del potere umano, perché trasforma l'apparente "stoltezza dell'amore" in saggezza che riscatta da ogni schiavitù. Lo ha detto il Papa nella catechesi dedicata a san Paolo durante l'udienza generale di mercoledì 29 ottobre, in piazza San Pietro.

Cari fratelli e sorelle,
nella personale esperienza di san Paolo c'è un dato incontrovertibile:  mentre all'inizio era stato un persecutore ed aveva usato violenza contro i cristiani, dal momento della sua conversione sulla via di Damasco, era passato dalla parte del Cristo crocifisso, facendo di Lui la sua ragione di vita e il motivo della sua predicazione. La sua fu un'esistenza interamente consumata per le anime (cfr. 2 Cor 12, 15), per niente tranquilla e al riparo da insidie e difficoltà. Nell'incontro con Gesù gli si era reso chiaro il significato centrale della Croce:  aveva capito che Gesù era morto ed era risorto per tutti e per lui stesso. Ambedue le cose erano importanti; l'universalità:  Gesù è morto realmente per tutti, e la soggettività:  Egli è morto anche per me. Nella Croce, quindi, si era manifestato l'amore gratuito e misericordioso di Dio. Questo amore Paolo sperimentò anzitutto in se stesso (cfr. Gal 2, 20) e da peccatore diventò credente, da persecutore apostolo. Giorno dopo giorno, nella sua nuova vita, sperimentava che la salvezza era "grazia", che tutto discendeva dalla morte di Cristo e non dai suoi meriti, che del resto non c'erano. Il "vangelo della grazia" diventò così per lui l'unico modo di intendere la Croce, il criterio non solo della sua nuova esistenza, ma anche la risposta ai suoi interlocutori. Tra questi vi erano, innanzitutto, i giudei che riponevano la loro speranza nelle opere e speravano da queste la salvezza; vi erano poi i greci che opponevano la loro sapienza umana alla croce; infine, vi erano quei gruppi di eretici, che si erano formati una propria idea del cristianesimo secondo il proprio modello di vita. Per san Paolo la Croce ha un primato fondamentale nella storia dell'umanità; essa rappresenta il punto focale della sua teologia, perché dire Croce vuol dire salvezza come grazia donata ad ogni creatura. Il tema della croce di Cristo diventa un elemento essenziale e primario della predicazione dell'Apostolo:  l'esempio più chiaro riguarda la comunità di Corinto. Di fronte ad una Chiesa dove erano presenti in modo preoccupante disordini e scandali, dove la comunione era minacciata da partiti e divisioni interne che incrinavano l'unità del Corpo di Cristo, Paolo si presenta non con sublimità di parola o di sapienza, ma con l'annuncio di Cristo, di Cristo crocifisso. La sua forza non è il linguaggio persuasivo ma, paradossalmente, la debolezza e la trepidazione di chi si affida soltanto alla "potenza di Dio" (cfr. 1 Cor 2, 1-4). La Croce, per tutto quello che rappresenta e quindi anche per il messaggio teologico che contiene, è scandalo e stoltezza. L'Apostolo lo afferma con una forza impressionante, che è bene ascoltare dalle sue stesse parole:  "La parola della Croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio... è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani" (1 Cor 1, 18-23). Le prime comunità cristiane, alle quali Paolo si rivolge, sanno benissimo che Gesù ormai è risorto e vivo; l'Apostolo vuole ricordare non solo ai Corinzi o ai Galati, ma a tutti noi, che il Risorto è sempre Colui che è stato crocifisso. Lo "scandalo" e la "stoltezza" della Croce stanno proprio nel fatto che laddove sembra esserci solo fallimento, dolore, sconfitta, proprio lì c'è tutta la potenza dell'Amore sconfinato di Dio, perché la Croce è espressione di amore e l'amore è la vera potenza che si rivela proprio in questa apparente debolezza. Per i Giudei la Croce è skandalon, cioè trappola o pietra di inciampo:  essa sembra ostacolare la fede del pio israelita, che stenta a trovare qualcosa di simile nelle Sacre Scritture. Paolo, con non poco coraggio, sembra qui dire che la posta in gioco è altissima:  per i Giudei la Croce contraddice l'essenza stessa di Dio, il quale si è manifestato con segni prodigiosi. Dunque accettare la Croce di Cristo significa operare una profonda conversione nel modo di rapportarsi a Dio. Se per i Giudei il motivo del rifiuto della Croce si trova nella Rivelazione, cioè la fedeltà al Dio dei Padri, per i Greci, cioè i pagani, il criterio di giudizio per opporsi alla Croce è la ragione. Per questi ultimi, infatti, la Croce è moría, stoltezza, letteralmente insipienza, cioè un cibo senza sale; quindi più che un errore, è un insulto al buon senso. Paolo stesso in più di un'occasione fece l'amara esperienza del rifiuto dell'annuncio cristiano giudicato "insipiente", privo di rilevanza, neppure degno di essere preso in considerazione sul piano della logica razionale. Per chi, come i greci, vedeva la perfezione nello spirito, nel pensiero puro, già era inaccettabile che Dio potesse divenire uomo, immergendosi in tutti i limiti dello spazio e del tempo. Decisamente inconcepibile era poi credere che un Dio potesse finire su una Croce! E vediamo come questa logica greca è anche la logica comune del nostro tempo. Il concetto di apátheia, indifferenza, quale assenza di passioni in Dio, come avrebbe potuto comprendere un Dio diventato uomo e sconfitto, che addirittura si sarebbe poi ripreso il corpo per vivere come risorto? "Ti sentiremo su questo un'altra volta" (At 17, 32) dissero sprezzantemente gli Ateniesi a Paolo, quando sentirono parlare di risurrezione dei morti. Ritenevano perfezione il liberarsi del corpo concepito come prigione; come non considerare un'aberrazione il riprendersi il corpo? Nella cultura antica non sembrava esservi spazio per il messaggio del Dio incarnato. Tutto l'evento "Gesù di Nazaret" sembrava essere contrassegnato dalla più totale insipienza e certamente la Croce ne era il punto più emblematico. Ma perché san Paolo proprio di questo, della parola della Croce, ha fatto il punto fondamentale della sua predicazione? La risposta non è difficile:  la Croce rivela "la potenza di Dio" (cfr. 1 Cor 1, 24), che è diversa dal potere umano; rivela infatti il suo amore:  "Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini" (ivi v. 25). Distanti secoli da Paolo, noi vediamo che nella storia ha vinto la Croce e non la saggezza che si oppone alla Croce. Il Crocifisso è sapienza, perché manifesta davvero chi è Dio, cioè potenza di amore che arriva fino alla Croce per salvare l'uomo. Dio si serve di modi e strumenti che a noi sembrano a prima vista solo debolezza. Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell'uomo e, dall'altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell'amore:  proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza. Di ciò san Paolo ha fatto esperienza fin nella sua carne e ce lo testimonia in svariati passaggi del suo percorso spirituale, divenuti precisi punti di riferimento per ogni discepolo di Gesù:  "Egli mi ha detto:  ti basta la mia grazia:  la mia potenza, infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Cor 12, 9); e ancora:  "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti" (1 Cor 1, 28). L'Apostolo si identifica a tal punto con Cristo che anch'egli, benché in mezzo a tante prove, vive nella fede del Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per i peccati di lui e per quelli di tutti (cfr. Gal 1, 4; 2, 20). Questo dato autobiografico dell'Apostolo diventa paradigmatico per tutti noi. San Paolo ha offerto una mirabile sintesi della teologia della Croce nella seconda Lettera ai Corinzi (5, 14-21), dove tutto è racchiuso tra due affermazioni fondamentali:  da una parte Cristo, che Dio ha trattato da peccato in nostro favore (v. 21), è morto per tutti (v. 14); dall'altra, Dio ci ha riconciliati con sé, non imputando a noi le nostre colpe (vv. 18-20). È da questo "ministero della riconciliazione" che ogni schiavitù è ormai riscattata (cfr. 1 Cor 6, 20; 7, 23). Qui appare come tutto questo sia rilevante per la nostra vita. Anche noi dobbiamo entrare in questo "ministero della riconciliazione", che suppone sempre la rinuncia alla propria superiorità e la scelta della stoltezza dell'amore. San Paolo ha rinunciato alla propria vita donando totalmente se stesso per il ministero della riconciliazione, della Croce che è salvezza per tutti noi. E questo dobbiamo saper fare anche noi:  possiamo trovare la nostra forza proprio nell'umiltà dell'amore e la nostra saggezza nella debolezza di rinunciare per entrare così nella forza di Dio. Noi tutti dobbiamo formare la nostra vita su questa vera saggezza:  non vivere per noi stessi, ma vivere nella fede in quel Dio del quale tutti possiamo dire:  "Mi ha amato e ha dato se stesso per me".



(©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2008)
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mercoledì, 29 ottobre 2008

Seguiamo la via della verità  !
Rivestiamoci di pace, di umiltà, di castità. Teniamoci lontani da ogni mormorazione e maldicenza, e pratichiamo la giustizia non a parole, ma nelle opere. E' scritto infatti: Chi parla molto, sappia anche ascoltare, e il loquace non creda di salvarsi per le sue molte parole (cfr. Gb 11, 2). Bisogna dunque che ci mettiamo di buon animo a fare il bene, poiché tutto ci è dato dal Signore. Egli ci avverte in precedenza: Ecco il Signore, e la sua ricompensa è con lui, per rendere a ciascuno secondo le sue opere (cfr. Ap 22, 12). Perciò ci esorta a credere in lui con tutto il cuore e a non essere pigri, ma dediti ad ogni opera buona. Lui sia la nostra gloria e in lui riposi la nostra fiducia. Stiamo soggetti alla sua volontà e consideriamo come tutta la moltitudine degli angeli stia alla sua presenza, a servizio della sua volontà

Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa

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mercoledì, 29 ottobre 2008

La sapienza è un tesoro inesauribile per gli uomini.
Senza frode impari e senza invidia io dono.

La Sapienza è un tesoro inesauribile per gli uomini.
Chi disprezza la Sapienza e la disciplina è infelice:

solo chi vive con la Sapienza è amato da Dio!

Sap 7, 13. 14; 3, 11; 7, 28

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martedì, 28 ottobre 2008

   

SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI    (sec. I)
  

  

La storia tace sull’azione di questi due apostoli.
Nel Nuovo Testamento Simone è soprannominato «zelota» («Cananeo» ha forse lo stesso significato) (Mt 10,4; Atti 1,13), probabilmente perché egli era molto attaccato all’idea teocratica e messianica degli Ebrei e animato da decisa opposizione ai Romani. Giuda è l’apostolo che ha il soprannome di Taddeo: quello che nell’ultima Cena chiese a Cristo perché s’era manifestato solo ai discepoli e non al mondo (cf Gv 14,22). Lo si ritiene autore della lettera del Nuovo Testamento che porta il suo nome.

Tra i «fratelli del Signore» (Mt 13,55), sono nominati un Simone e un Giuda, ma non abbiamo argomenti per affermare che siano o non siano i due apostoli che oggi festeggiamo. Gli Orientali li ricordano separati: Simone il 10 maggio e Giuda il 19 giugno.
 

  

Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi

Nostro Signore Gesù Cristo stabilì le guide, i maestri del mondo e i dispensatori dei suoi divini misteri. Volle inoltre che essi risplendessero come luminari e rischiassero non soltanto il paese dei Giudei, ma anche tutti gli altri che si trovano sotto il sole e tutti gli uomini che popolano la terra. E' verace perciò colui che afferma: «Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio» (Eb 5, 4). Nostro Signore Gesù Cristo ha rivestito gli apostoli di una grande dignità a preferenza di tutti gli altri discepoli. I suoi apostoli furono le colonne e il fondamento della verità. Cristo afferma di aver dato loro la stessa missione che ebbe dal Padre. Mostrò così la grandezza dell'apostolato e la gloria incomparabile del loro ufficio, ma con ciò fece comprendere anche qual è la funzione del ministero apostolico.Egli dunque pensava di dover mandare i suoi apostoli allo stesso modo con cui il Padre aveva mandato lui. Perciò era necessario che lo imitassero perfettamente e per questo conoscessero esattamente il mandato affidato al Figlio dal Padre. Ecco perché spiega molte volte la natura della sua missione. Una volta dice: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione (cfr. Mt 9, 13). Un'altra volta afferma: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 38). Infatti «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).Riassumendo perciò in poche parole le norme dell'apostolato, dice di averli mandati come egli stesso fu mandato dal Padre, perché da ciò imparassero che il loro preciso compito era quello di chiamare i peccatori a penitenza, di guarire i malati sia di corpo che di spirito, di non cercare nell'amministrazione dei beni di Dio la propria volontà, ma quella di colui da cui sono stati inviati e di salvare il mondo con il suo genuino insegnamento.Fino a qual punto gli apostoli si siano sforzati di segnalarsi in tutto ciò, non sarà difficile conoscerlo se si leggeranno anche solo gli Atti degli Apostoli e gli scritti di san Paolo.

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d'Alessandria, vescovo 

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lunedì, 27 ottobre 2008

Ma il cristiano non spera solo in un «mondo migliore»
di Joseph Ratzinger

 «Il paradiso cattolico non si riduce ad alcun tipo di teologia politica, la cui realizzazione sia affidata all’uomo»
Anche la vita eterna e l’immortalità dell’anima vanno interpretati secondo la tradizione



Dalla prima edizione del volume sono passati 30 anni e nel frattempo il cammino della teologia non si è fermato. Nel momento in cui il libro fu scritto, due profondi capovolgimenti stavano coinvolgendo gli sviluppi riflessivi riguardo al tema della speranza cristiana. La spe­ranza veniva compresa come virtù attiva – come azione che cambia il mondo, azione dalla quale sarebbe scaturita una nuova umanità, un « mondo migliore » . La speranza di­venne in tal modo politica, la sua realizzazione sembrava essere affidata all’uomo stesso. Il regno di Dio, attorno al quale tutto il cristianesimo ruota, sarebbe diventato il re­gno dell’uomo, il « mondo migliore » di domani: Dio non sta « in alto, ma davanti » . Se qui il pensiero teologico è sfo­ciato in una corrente di riflessioni filosofiche e teologiche divenuta man mano sempre più forte, un secondo svilup­po si colloca interamente nell’ambito più proprio della teologia, anche se il contesto storico- culturale vi ha gioca­to a suo modo un ruolo altrettanto importante. La crisi della tradizione, che nella Chiesa cattolica assunse toni vi­rulenti in corrispondenza del Vaticano II, portò all’esigen­za di strutturare la fede partendo esclusivamente dalla Bibbia, pre­scindendo dalla tradizione. Si concluse allora che nella Bibbia non si trovava il concetto dell’im­mortalità dell’anima, ma solo la speranza nella risurrezione.
  L’«immortalità dell’anima» dove­va essere congedata come plato­nismo, si era sovrapposta alla fe­de biblica della risurrezione. Gra­zie a una curiosa filosofia che stabiliva l’impossibilità della pre­senza del tempo al di là della morte, si spiegò che la risurrezio­ne doveva avvenire nella morte stessa. Questa teoria ha conqui­stato velocemente anche il lin­guaggio della predicazione, tanto che in molti luoghi la celebrazio­ne di preghiera per un defunto è stata chiamata « cerimonia della risurrezione». Non vorrei ancora una volta intercettare qui l’intera controversia, anche se desidero ribadire ancora una volta qual e­ra e qual è tuttora per me la cosa più importante. Innanzitutto non è questione di concettualità o di « platonismo » ma di una con­cezione strettamente teo-logica della nostra vita oltre la morte – della nostra « vita eterna » , nel senso dell’insegnamento di Gesù. Noi viviamo dunque poiché siamo associati alla memoria del Signore. Nella memoria del Signore noi non siamo un’ombra, un sempli­ce « ricordo » , stare nella memoria del Signore significa in­vece: vivere, vivere in pienezza, essere del tutto noi stessi.
  Ai Sadducei, i quali con una storia astrusa miravano a con­vincere come fosse assurda la fede nella risurrezione, Gesù dà risposta non con disamine antropologiche, di qualun­que maniera esse siano, bensì con un rimando alla memo­ria di Dio: «A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore» (Mc l2,26s). Come tale questa concezione teologica è al contempo una con­cezione dialogica dell’uomo e della sua immortalità. Nella mia
Escatologia mi ero confrontato con entrambe le cor­renti, senza dimenticare i temi importanti per un manuale, i temi di tutta la tradizione del credere, sperare e pregare, temi di cui la storia della Chiesa è ricca. Per quanto riguar­da il primo tema, mi sembrava importante che l’escatolo­gia non si lasciasse ridurre a nessun tipo di teologia politi­ca. Ho ritenuto di potermi limitare all’essenziale dando un’indicazione del problema e ho cercato di evidenziare il significato permanente della speranza nell’azione propria di Dio entro la storia, azione che sola concede all’agire u­mano la propria unità interna e trasforma dall’interno ciò che è transitorio in ciò che non passa. Ma un confronto più preciso con la questione della risurrezione nella morte era indispensabile.

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lunedì, 27 ottobre 2008
 

Il Concilio Vaticano II è stato l’evento più rilevante del XX secolo che ha determinato il nuovo corso della Chiesa nel mondo.

 

È importantissimo conoscerne lo spirito e i contenuti, per poter vivere secondo le indicazioni che lo Spirito Santo suscitò ai padri sinodali e che il popolo di Dio ha saputo attuare solo in parte, forse, per ignoranza o per poca volontà, attenzione, impegno; fattori che hanno fatto rimanere all’oscuro di tanti preziosi orientamenti e che non ci hanno permesso di vivere il Concilio in pienezza.

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