giovedì, 30 aprile 2009

 
L'Eucaristia pegno di risurrezione
Se la carne non viene salvata, allora né il Signore ci ha redenti col suo sangue, né il calice dell'Eucaristia è la comunione del suo sangue, né il pane che spezziamo è la comunione del suo corpo. Il sangue infatti non viene se non dalle vene e dalla carne e da tutta la sostanza dell'uomo nella quale veramente si è incarnato il Verbo di Dio. Ci ha redenti con il suo sangue, come dice anche il suo Apostolo: in lui abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati per mezzo del suo sangue (cfr. Ef 1, 7).
Noi siamo sue membra, ma siamo nutriti dalle cose create, che egli stesso mette a nostra disposizione, facendo sorgere il suo sole e cadere la pioggia come vuole. Questo calice, che viene dalla creazione, egli ha dichiarato che è il suo sangue, con cui alimenta il nostro sangue. Così pure questo pane, che viene dalla creazione, egli ha assicurato che è il suo corpo con cui nutre i nostri corpi.
Il vino mescolato nel calice e il pane confezionato ricevono la parola di Dio e diventano Eucaristia, cioè corpo e sangue di Cristo. Da essi è alimentata e prende consistenza la sostanza della nostra carne. E allora come possono alcuni affermare che la carne non è capace di ricevere il dono di Dio, cioè la vita eterna, quando viene nutrita dal sangue e dal corpo di Cristo, al quale appartiene come parte delle sue membra? Lo dice l'Apostolo nella lettera agli Efesini: Siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa (cfr. Ef 5, 30), e queste cose non le dice di un uomo spirituale e invisibile uno spirito infatti non ha né ossa né carne (cfr. Lc 24, 39) ma di un uomo vero, che consta di carne, nervi e ossa, e che viene alimentato dal calice che è il sangue di Cristo e sostenuto dal pane, che è il corpo di Cristo.
Il tralcio della vite, piantato in terra, porta frutto a suo tempo, e il grano di frumento caduto nella terra, e in esso dissolto, risorge moltiplicato per virtù dello Spirito di Dio, che abbraccia ogni cosa. Tutto questo poi dalla sapienza è messo a disposizione dell'uomo, e, ricevendo la parola di Dio, diventa Eucaristia, cioè corpo e sangue di Cristo. Così anche i nostri corpi, nutriti dall'Eucaristia, deposti nella terra e andati in dissoluzione, risorgeranno a suo tempo, perché il Verbo dona loro la risurrezione, a gloria di Dio Padre. Egli ci circonda di immortalità questo corpo mortale, e largisce gratuitamente l'incorruzione alla carne corruttibile. In questa maniera la forza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza degli uomini.

Dal Trattato «Contro le eresie» di sant'Ireneo, vescovo

 

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mercoledì, 29 aprile 2009
Caterina, vergine di Cristo,
con insistenza supplica il Signore
di rendere la pace alla sua Chiesa
e alla sua Italia !
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martedì, 28 aprile 2009


Cantiamo al Signore il canto dell'amore

«Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell'assemblea dei fedeli» (Sal 149, 1).
Siamo stati esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore.
Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. Che cosa sia questa vita nuova, dobbiamo saperlo in vista del canto nuovo. Infatti tutto appartiene a un solo regno: l'uomo nuovo, il canto nuovo, il Testamento nuovo. Perciò l'uomo nuovo canterà il canto nuovo e apparterrà al Testamento nuovo.
Non c'è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l'oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l'apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10).
Cerca per l'uomo il motivo per cui debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo.
Che cosa abbia dato perché lo amassimo, ascoltatelo più chiaramente dall'apostolo Paolo: «L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5, 5). Da dove? Forse da noi? No. Da chi dunque? «Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5).
Avendo dunque una sì grande fiducia, amiamo Dio per mezzo di Dio.
Ascoltate più chiaramente lo stesso Giovanni: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4, 16).
Non basta dire: «L'amore è da Dio» (1 Gv 4, 7). Chi di noi oserebbe dire ciò che è stato detto: «Dio è amore»? Lo disse colui che sapeva ciò che aveva.
Dio ci si offre in un modo completo. Ci dice: Amatemi e mi avrete, perché non potete amarmi, se già non mi possedete.
O fratelli, o figli, o popolo cristiano, o santa e celeste stirpe, o rigenerati in Cristo, o creature di un mondo divino, ascoltate me, anzi per mezzo mio: «Cantate al Signore un canto nuovo».
Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce.
Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa. «Cantate al Signore un canto nuovo».
Mi domandate che cosa dovete cantare di colui che amate? Parlate senza dubbio di colui che amate, di lui volete cantare. Cercate le lodi da cantare? L'avete sentito: «Cantate al Signore un canto nuovo». Cercate le lodi? «La sua lode risuoni nell'assemblea dei fedeli».
Il cantore diventa egli stesso la lode del suo canto. 
Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene.

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo  


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domenica, 26 aprile 2009

La celebrazione dell'Eucaristia



A nessun altro è lecito partecipare all'Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.
Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l'intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo. 
Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro.
Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell'universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo. 
E nel giorno, detto del Sole, si fa' l'adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette.
Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle.
Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.
Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.
Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del Sole, sia perché questo è il primo giorno in cui Dio, volgendo in fuga le tenebre e il caos, creò il mondo, sia perché Gesù Cristo nostro Salvatore risuscitò dai morti nel medesimo giorno. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l'indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione.

 


Dalla «Prima Apologia e favore dei cristiani» di san Giustino, martire



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sabato, 25 aprile 2009
Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.
Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai  morti.
Fil 3, 7. 10-11
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venerdì, 24 aprile 2009

La famiglia cristiana scuola di obbedienza e luogo di libertà


Il Papa ha presieduto questa mattina, giovedì 23, nella cappella Redemptoris Mater, la celebrazione della messa alla quale hanno partecipato, con i cardinali Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia, e Norberto Rivera Carrera, arcivescovo primate del Messico, i membri della commissione organizzatrice del VI incontro mondiale delle famiglie, svoltosi lo scorso mese di gennaio a Città del Messico.


Cari amici,
Poco fa abbiamo detto nel salmo responsoriale:  "Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode" (33,1). Lo lodiamo oggi per il VI incontro mondiale delle famiglie, felicemente celebrato a Città del Messico lo scorso mese di gennaio, e alla cui organizzazione e al cui svolgimento voi avete partecipato in diversi modi. Vi ringrazio di cuore. Saluto anche cordialmente i signori cardinali Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e l'arcivescovo primate del Messico, Norberto Rivera Carrera, che presiede questo pellegrinaggio a Roma.
Nella lettura degli Atti degli Apostoli abbiamo ascoltato dalle labbra di Pietro:  "Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini" (5, 29). Ciò concorda pienamente con quanto ci dice il Vangelo di Giovanni:  "Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita" (3, 36). Così la Parola di Dio ci parla quindi di un'obbedienza che non è semplice soggezione, né un mero adempimento di mandati, ma nasce da un'intima comunione con Dio e consiste in uno sguardo interiore che sa discernere ciò che "viene dall'alto" ed "è al di sopra di tutti". È frutto dello Spirito Santo che Dio concede "senza misura".
Cari amici, i nostri contemporanei hanno bisogno di scoprire questa obbedienza, che non è teorica bensì vitale, che è un optare per alcune condotte concrete, basate sull'obbedienza al volere di Dio, che ci rendono pienamente liberi. Le famiglie cristiane con la loro vita domestica, semplice e gioiosa, condividendo ogni giorno le gioie, le speranze e le preoccupazioni, vissute alla luce della fede, sono scuole di obbedienza e ambiti di vera libertà. Lo sanno bene quanti hanno vissuto il proprio matrimonio secondo i piani di Dio per lunghi anni, come alcuni dei presenti, sperimentando la bontà del Signore che ci aiuta e ci incoraggia.
Nell'eucaristia Cristo è realmente presente:  è il pane che scende dall'alto per farci riprendere le forze e per affrontare lo sforzo e la fatica del cammino. Egli è sempre al nostro fianco. Che Cristo sia il migliore amico anche di chi oggi riceve la prima comunione, trasformandolo interiormente affinché sia un suo testimone entusiasta dinanzi agli altri!
Proseguiamo ora la nostra celebrazione eucaristica invocando l'amorevole intercessione della nostra Madre del cielo, Nuestra Señora de Guadalupe, affinché riceviamo Gesù e abbiamo la vita e, rafforzati con il pane eucaristico, siamo servitori della vera gioia per il mondo.


(©L'Osservatore Romano - 24 aprile 2009)

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giovedì, 23 aprile 2009
Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.
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mercoledì, 22 aprile 2009
La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo, a farci rivestire in tutto, nel corpo e nello spirito, di colui nel quale siamo morti, siamo stati sepolti e siamo risuscitati.
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lunedì, 20 aprile 2009
Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato: celebriamo dunque la festa nel Signore, alleluia.
Messo a morte per i nostri peccati, è risorto per la nostra giustificazione !
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domenica, 19 aprile 2009

Più famiglia per favorire solidarietà e sviluppo


La crisi della famiglia corrode la solidarietà nel mondo del lavoro


di Antonio Gaspari

ROMA, domenica, 19 aprile 2009 (ZENIT.org).- Organizzato dal Forum delle persone e associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro, si è svolto a Roma il 15 aprile un convegno sul tema “Lavoro e famiglia”.

Il Forum è animato dal Movimento Cristiani Lavoratori, dalla Compagnia delle Opere, dalla Cisl, dalla Confartigianato e dalla Confcooperative. Al convegno hanno inviato un messaggio anche la Coldiretti e le Acli.

Di fronte ad oltre 800 partecipanti monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha denunciato le politiche che riducono la famiglia tradizionale, perchè riducono le capacità relazionali dell’umano penalizzando il lavoro e la società civile.

Il Segretario del Pontificio Consiglio ha spiegato che “la famiglia è soprattutto relazione”, il luogo della primordiale socializzazione della persona e che in famiglia “l’uomo apprende virtù e atteggiamenti che poi faranno la differenza anche nella società e sul posto di lavoro. Anche il lavoro è ormai soprattutto relazione”.

Famiglia e lavoro sembrerebbero quindi doversi incontrare proprio sulla loro capacità di creare abilità relazionali.

In questo contesto monsignor Crepaldi ha osservato come sia in atto un fenomeno che “indebolisce le capacità relazionali della famiglia e che si chiama rarefazione familiare”.

I dati sulla famiglia di quasi tutti i paesi europei mettono in evidenza infatti che in famiglia le relazioni si stanno assottigliando a causa della diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle convivenze, per i divorzi e le separazioni, per l’inverno demografico in atto, per il numero degli aborti e, da ultimo, per una certa prassi eugenetica che sta montando all’orizzonte.

Aumentano le famiglie monoparentali e i figli unici. Aumentano i legami intrafamiliari ad intermittenza. Le esperienze di relazione, così, diminuiscono non solo in quantità ma anche nella gamma della loro qualità: sono sempre più limitate, di corto respiro, di breve durata e standardizzate.

Secondo il segretario del Dicastero vaticano “come la famiglia viene sempre più individualizzata, così anche il lavoro viene sempre più individualizzato” e il fenomeno della rarefazione familiare va di pari passo con la “corrosione della solidarietà nel mondo del lavoro”.

Monsignor Crepaldi ha poi criticato i nuovi modelli di famiglia, perché non è vero che “la flessibilità familiare sarebbe il congruo corrispondente della flessibilità lavorativa”, al contrario la moderna divisione del lavoro richiede “maggiore forza interiore, più sviluppate capacità di stabilire continuità di relazioni e stili di vita, una maggiore coerenza di visione” e quindi “più famiglia e non meno famiglia”.

Per questo motivo c’è bisogno di nuove politiche che valorizzino e incentivino la famiglia tradizionale.

Successivamente ha ricordato che la globalizzazione favorisce le concentrazioni ma assegna anche nuovi compiti al piccolo e al locale e che l’attuale crisi della finanza creativa ci rimette con i piedi per terra e ci richiama alla concretezza dei rapporti produttivi.

Monsignor Crepaldi ha quindi sottolineato che “se il lavoro passa sempre più dalla società civile, esso passa sempre di più dalla famiglia, che della società civile è la prima cellula”.

E’ infatti evidente che la famiglia svolge compiti sociali di fondamentale importanza, “innerva la rete del risparmio produttivo, dirotta energie verso la cura alla persona, fa da ammortizzatore sociale primario in tempi di crisi, anima il volontariato, stabilisce rapporti con la piccola industria e con il credito su base locale, sviluppa una educazione alla socialità di grande importanza per il lavoro”.

Il Segretario del Pontificio Consiglio ha infine invocato politiche ‘family friendly’, quali la legislazione sui tempi e sulle condizioni di lavoro, la legislazione sui congedi e sulla sospensione del lavoro, misure per favorire i compiti di cura della famiglia, sostegni da parte di enti pubblici, imprese, terzo settore e reti informali.

Tutto questo, ha concluso, al fine di “superare la logica individualistica da una parte e quella della programmazione rigida degli interventi da parte del solo Stato dall’altra” perchè “sappiamo che si tratta di un corto circuito che ha già provocato molti danni in passato”.


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