lunedì, 31 agosto 2009

Amare deve essere normale per noi come vivere e respirare, giorno per giorno, fino alla nostra morte. Per capire questo, e per metterlo in pratica, abbiamo immenso bisogno della preghiera, quella che ci unisce a Dio e che si riversa continuamente sugli altri.
Beata Madre Teresa di Calcutta

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domenica, 30 agosto 2009
NON E' IL GIUDIZIO DEGLI UOMINI
CHE MANIFESTA CIO' CHE SIAMO,
OGNUNO DI NOI VALE
QUANTO VALE DAVANTI A DIO
E NON DI PIU'.
S.Antonio di Padova
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domenica, 30 agosto 2009

Il Signore ha avuto misericordia di noi


Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 23 A, 1-4; CCL 41, 321-323)

Siamo veramente beati se, quello che ascoltiamo, o cantiamo, lo mettiamo anche in pratica. Infatti il nostro ascoltare rappresenta la semina, mentre nell'opera abbiamo il frutto del seme. Premesso ciò, vorrei esortarvi a non andare in chiesa e poi restare senza frutto, ascoltare cioè tante belle verità, senza poi muovervi ad agire.
Tuttavia non dimentichiamo quanto ci dice l'Apostolo: «Per questa grazia siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2, 8-9). Ribadisce: «Per grazia siete stati salvati» (Ef 2, 5). In realtà non vi era in precedenza nella nostra vita nulla di buono, che Dio potesse apprezzare e amare, quasi avesse dovuto dire a se stesso: «Andiamo, soccorriamo questi uomini, perché la loro vita è buona». Non poteva piacergli la nostra vita col nostro modo di agire, però non poteva dispiacergli ciò che egli stesso aveva operato in noi. Pertanto condannerà il nostro operato, ma salverà ciò che egli stesso ha creato.
Dunque non eravamo davvero buoni. Ciò nonostante, Dio ebbe  compassione di noi e mandò il suo Figlio, perché morisse, non già per i buoni, ma per i cattivi, non per i giusti, ma per gli empi. Proprio così: «Cristo morì per gli empi» (Rm 5, 6). E che cosa aggiunge? «Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto», al massimo «ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene» (Rm 5, 7). Può darsi che qualcuno abbia la forza di morire per il giusto. Ma per l'ingiusto, l'empio, l'iniquo, chi accetterebbe di morire, se non Cristo soltanto, che è talmente giusto da poter giustificare anche gli ingiusti? Come vedete, fratelli, non avevamo opere buone, ma tutte erano cattive. Tuttavia, pur essendo tali le opere degli uomini, la misericordia divina non li abbandonò. Anzi Dio mandò il suo Figlio a redimerci non con oro né con argento, ma a prezzo del suo sangue, che egli, quale Agnello immacolato condotto al sacrificio ha sparso per le pecore macchiate, se pure solo macchiate e non del tutto corrotte. Questa è la grazia che abbiamo ricevuto. Viviamo perciò in modo degno di essa, per non fare oltraggio a un dono sì grande. Ci è venuto incontro un medico tanto buono e valente da liberarci da tutti i nostri mali. Se vogliamo di nuovo ricadere nella malattia, non solo recheremo danno a noi stessi, ma ci dimostreremo anche ingrati verso il nostro medico. Seguiamo perciò le vie che egli ci ha mostrato, specialmente la via dell'umiltà, quella per la quale si è incamminato lui stesso: Infatti ci ha tracciato la via dell'umiltà con il suo insegnamento e l'ha percorsa fino in fondo soffrendo per noi.
Perché dunque colui che era immortale potesse morire per noi, «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). L'immortale assunse la mortalità, per poter morire per noi e distruggere in tal modo con la sua morte la nostra morte.
Questo ha compiuto il Signore, in questo ci ha preceduto. Lui che è grande si è umiliato, umiliato fu ucciso, ucciso risuscitò e fu esaltato per non lasciare noi nell'inferno, ma per esaltare in sé, nella risurrezione dai morti, coloro che in questa terra aveva esaltati soltanto nella fede e nella confessione dei giusti. Dunque ci ha chiesto di seguire la via dell'umiltà: se lo faremo daremo gloria al Signore e a ragione potremo cantare: «Noi ti rendiamo grazie, o Dio, ti rendiamo grazie, invocando il tuo nome» (Sal 74, 2).
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venerdì, 28 agosto 2009

Misericordia...

Vid'Io lì
li lontano tra mille persone
tra  mille individui
uno sguardo che mi scrutava
uno sguardo colmo di amore misericordioso e paterno
uno sguardo che con tenerezza paterna
con tenerezza paterna
si posava su di me...
un incontro...
rimas'io stupito e sconcertato
da come quello sguardo
mi avesse penetrato...
sconcertato dalla bontà di quegl'occhi
quanta gratitudine
quanta stima cresceva in me
eppur sentivo di non meritare tutto ciò
eppur umanamente non era vero...
al pensier di come l'amore
di come l'amore è considerato...
usa e getta
un ti prendo
ti finisco
e poi
poi quando le cose si complicano,
quando nonmi fai stare bene
quando io io io e poi sempre io
senza avere uno sguardo alla vita dell'altro
mi stanco di te
perché brami un pò di bene
ti abbandono
perché sei diventato scomodo
"pesante" si dice...
No quello sguardo
quello sguardo penetrante
mi ha donato una speranza
una speranza...
un nuovo germoglio che
che in me nasce...
ho desiderio di far vedere al mondo
il frutto di quell'amore che
gratuitamente si è posato su di me
e mi chiama ogni giorno a donarlo!
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venerdì, 28 agosto 2009

   


SAN AGOSTINO

Vescovo e Dottore della Chiesa  (354-430)
    

Nato a Tagaste (attuale Souk Ahras, in Algeria) Agostino ebbe una gioventù scapricciata. Convertitosi prodigiosamente a Milano a 32 anni, e ricevuto il battesimo da sant’Ambrogio, rientrò in Africa dopo la morte della santa madre Monica e si diede a vita religiosa. Fatto prete e poi vescovo di Ippona (presso l’attuale Bona, in Algeria), operò per quasi 40 anni contro le eresie e le deviazioni scismatiche del tempo: manicheismo, donatismo, pelagianesimo, arianesimo, lasciando moltissimi scritti, molti dei quali autentici capolavori e di genere letterario nuovo, quali le Confessioni e le Ritrattazioni (scritti autobiografici), la Città di Dio (quasi una teologia della storia), il trattato Della Trinità, Trattenimenti sui Salmi...
Agostino è un genio universale e profondo, ha un’intelligenza penetrante, una fantasia fervida, un gran cuore. Ha rielaborato la tradizione teologica anteriore e vi ha impresso la sua impronta originale. Col suo carattere generoso e simpatico, la sua sensibilità, l’indulgenza e la capacità di perdonare, ha legato a sé persino degli avversari. Sapeva parlare, anzi dialogare col popolo con parola facile, familiare, con senso di umorismo. La sua spiritualità e la sua « regola » religiosa hanno fatto sorgere in ogni tempo delle forme di vita religiosa che si richiamano a lui. Ancor oggi, oltre agli Agostiniani, forse un 20.000 religiosi seguono fondamentalmente la sua regola, e molte più sono le istituzioni femminili che si rifanno a lui come a padre. E’ il maggiore dei padri e il primo dei quattro grandi dottori dell’Occidente.
Ogni epoca ha sentito un suo Agostino; la critica moderna ha ricuperato la figura di un uomo che parla con semplicità e sincerità di se stesso. Forse ciò che è più mirabile e più moderno in Agostino è la capacità di introspezione in se stesso e negli altri, di saper esaminare le proprie emozioni, di mettersi in crisi e di riconoscere le sue colpe, i suoi errori, e di convertire tutto in « confessio », cioè in lode di Dio (cf i Cor 4,7).
Agostino ha fatto dell’assemblea eucaristica il momento centrale della vita della sua comunità. Le sue numerosissime omelie mostrano come sapeva adattare la Parola di Dio alla mentalità del suo ambiente umano.
 
 

Eterna verità e vera carità e cara eternità!

Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tu guida, entrai nell'intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l'occhio dell'anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un'altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l'olio che galleggia sull'acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.
O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall'alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo  

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giovedì, 27 agosto 2009

   


SANTA MONICA

La grandezza della santità di Agosino ha influito perché la sua festa fosse preceduta da quella della sua santa mamma. La vita di questa madre ci è nota soltanto attraverso le «Confessioni» del figlio, che ha su di lei pagine stupende. Cristiana dalla fede robusta e profondamente pia, riuscì con la dolcezza a convertire il marito pagano e irascibile, e con la forza delle preghiere e delle lacrime il figlio sensuale e intellettualmente sviato. Sedici anni attese e operò con pazienza perché Agostino, recatosi in Italia in cerca d’avventura, si ravvedesse. Andò a cercarlo a Roma e poi a Milano dove assistette al suo Battesimo. Non rivide più l’Africa perché morì a Ostia prima di imbarcarsi. Là, madre e figlio ebbero una profonda esperienza mistica.
Santa Monica ci invita ad unire al sacrificio eucaristico di Cristo tutte le sofferenze delle famiglie i cui membri non hanno in comune la stessa fede. Il ruolo della donna è in questi casi insostituibile.
  

Cerchiamo di arrivare alla sapienza eterna

Era ormai vicino il giorno in cui ella sarebbe uscita da questa vita, giorno che tu conoscevi mentre noi lo ignoravamo. Per tua disposizione misteriosa e provvidenziale, avvenne una volta che io e lei ce ne stessimo soli, appoggiati al davanzale di una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là presso Ostia, dove noi, lontani dal frastuono della gente, dopo la fatica del lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci. Parlavamo soli con grande dolcezza e, dimentichi del passato, ci protendevamo verso il futuro, cercando di conoscere alla luce della Verità presente, che sei tu, la condizione eterna dei santi, quella vita cioè che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d'uomo (cfr. 1 Cor 2, 9). Ce ne stavamo con la bocca anelante verso l'acqua che emana dalla tua sorgente, da quella sorgente di vita che si trova presso di te. Dicevo cose del genere, anche se non proprio in tal modo e con queste precise parole. Tuttavia, Signore, tu sai che in quel giorno, mentre così parlavamo e, tra una parola e l'altra, questo mondo con tutti i suoi piaceri perdeva ai nostri occhi ogni suo richiamo, mia madre mi disse: «Figlio, quanto a me non trovo ormai più alcuna attrattiva per questa vita. Non so che cosa io stia a fare ancora quaggiù e perché mi trovi qui. Questo mondo non è più oggetto di desideri per me. C'era un solo motivo per cui desideravo rimanere ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico, prima di morire. Dio mi ha esaudito oltre ogni mia aspettativa, mi ha concesso di vederti al suo servizio e affrancato dalle aspirazioni di felicità terrene. Che sto a fare qui?».
Non ricordo bene che cosa io le abbia risposto in proposito. Intanto nel giro di cinque giorni o poco più si mise a letto con la febbre. Durante la malattia un giorno ebbe uno svenimento e per un pò di tempo perdette i sensi. Noi accorremmo, ma essa riprese prontamente la conoscenza, guardò me e mio fratello in piedi presso di lei, e disse, come cercando qualcosa: «Dove ero»?
Quindi, vedendoci sconvolti per il dolore, disse: «Seppellire qui vostra madre». Io tacevo con un nodo alla gola e cercavo di trattenere le lacrime. Mio fratello, invece, disse qualche parola per esprimere che desiderava vederla chiudere gli occhi in patria e non in terra straniera. Al sentirlo fece un cenno di disapprovazione per ciò che aveva detto. Quindi rivolgendosi a me disse: «Senti che cosa dice?». E poco dopo a tutti e due: «Seppellirete questo corpo, disse, dove meglio vi piacerà; non voglio che ve ne diate pena. Soltanto di questo vi prego, che dovunque vi troverete, vi ricordiate di me all'altare del Signore».
Quando ebbe espresso, come poté, questo desiderio, tacque. Intanto il male si aggrava ed essa continuava a soffrire.
In capo a nove giorni della sua malattia, l'anno cinquantaseiesimo della sua vita, e trentatreesimo della mia, quell'anima benedetta e santa se ne partì da questa terra.

Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo (Lib. 9, 10-11; CSEL 33, 215-219)

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mercoledì, 26 agosto 2009

Due forze muovono il mondo
Una sola costruisce


 

Celebrando i santi misteri, che operano fra noi la presenza reale e sacramentale del Corpo e del Sangue di Cristo e perpetuano il sacrificio della sua passione redentrice, Noi dobbiamo fare Nostra, secondo la vostra intenzione, una delle sue parole; come apostoli e testimoni del suo Vangelo, Noi dobbiamo farCi per un istante eco della sua voce. O Fratelli e Figli carissimi, non è la Nostra voce, ma è la sua, quella del Signore Gesù, che voi intendete, ascoltando questa parola eterna pronunziata da lui e che Noi ora vi indirizziamo.
"Beati i pacifici - coloro che procurano la pace (eirenopoiòi) - poiché saranno chiamati figli di Dio".
Noi Ci siamo assai spesso adoperati - e ancor oggi lo facciamo - di affermare il rapporto essenziale che esiste tra la giustizia e la pace:  questa deriva da quella. Ma qui possiamo stabilire un rapporto ancor più profondo e più operante, quello che esiste tra l'amore e la pace.
Due forze opposte, si può dire, muovono il mondo:  l'amore e l'odio. Sono come il flusso e il riflusso che non cessano di agitare l'oceano dell'umanità. E il conflitto sembra allargarsi col tempo, opponendo non più città a città, o nazione a nazione, ma continente a continente.
A riguardo di Dio, la rivelazione evangelica del Dio d'amore ha trasformato la situazione spirituale dell'umanità. Bisogna ormai o dire di sì a un Dio, che è Amore e che ci domanda l'amore, nostro supremo amore :  allora essa - l'umanità - è sollevata da una forza e da una speranza ancora sconosciute dalla storia del mondo. Ovvero bisogna rifiutare il Dio d'Amore, ed essa sarà sconvolta fin dalle sue fondamenta:  verranno la tentazione dell'odio assoluto, della violenza assoluta, la follia delle guerre mondiali.
Giacché l'amore costruisce, ma l'odio distrugge. In certi momenti, per il fatto che libera forze fino allora convergenti - è ciò che si verifica nella disintegrazione dell'atomo - l'odio può apparire il più forte. Ma è un'illusione. L'odio e la violenza distruggono e si distruggono. Essi tendono al nulla. È l'amore che è forte e che è il più forte. I Santi hanno ciò compreso al seguito di Gesù. I Santi, in ciascun punto del tempo e dello spazio dove essi vivono, ci portano come un raggio particolare, staccato dalla infinita santità di Gesù. La vita di ciascuno di essi è per l'epoca in cui vivono come una realizzazione esistenziale e immediata di una delle beatitudini del Sermone della Montagna. La storia del vostro grande Santo nazionale è tipica a questo riguardo. San Nicola da Flüe ha vissuto per la sua epoca la beatitudine che Noi veniamo ricordando, la beatitudine di coloro dei quali il Signore ha detto:  Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.
La pace, secondo la celebre formula di Sant'Agostino, è definita "la tranquillità dell'ordine" (De Civitate Dei, 19, 11, 1).
Essa non è debolezza, ma una forza, una potenza; è un ordine dell'amore:  ordo amoris, un'armonia suprema, una costante vittoria dell'amore sulle passioni e i desideri contrastanti che albergano nel cuore dell'uomo. La giustizia può preparare e condizionare la pace, ma da sola non può crearla; solo la forza unitiva, la vis unitiva dell'amore può creare la pace (San Tommaso, II-II, q. 29, a. 3, ad 3).
Il Dio d'Amore è un Dio di Pace, il Deus pacis et dilectionis, di cui parla S. Paolo ai Corinti (2 Corinzi, 13, 11).
I Santi, immergendosi nell'amore di Dio, si immergono nella pace di Dio, e, ritornando a noi, è la pace di Dio che essi ci portano. Essi sono dei pacificatori, dei realizzatori della pace divina in mezzo agli uomini; ancora una volta ascoltiamo il richiamo evangelico:  Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.


(©L'Osservatore Romano - 26 agosto 2009)
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martedì, 25 agosto 2009

   


SAN LUDOVICO IX, RE

Patrono del Terz'Ordine Francescano (1214-1270)
  

Ludovico (Luigi) nacque nell’anno 1214 e fu educato piamente dalla madre Bianca di Castiglia, la quale, dopo la morte prematura dei marito, esercitò la reggenza del regno fino alla maggiore età del figlio. Divenuto re di Francia, Ludovico si distinse subito per il culto della giustizia e per il rispetto dei diritti altrui; curò non solo il bene temporale dei popolo, ma anche quello spirituale. Fu vero modello di laico che lavora per il Regno di Dio, cooperando all’edificazione della città terrena.
Dal matrimonio con Margherita di Provenza ebbe undici figli, che educò molto rettamente. Si iscrisse al Terz’Ordine francescano e fu esemplare nella vita di preghiera, di mortificazione e di carità verso i poveri. Protesse e difese gli Ordini mendicanti.

Intraprese due crociate per liberare il sepolcro di Cristo e morì, colpito dalla peste, vicino a Tunisi il 25 agosto 1270. Il papa Bonifacio VIII lo dichiarò santo nei 1297. E’ patrono del Terz’Ordine francescano.

  

Un re giusto rende prospera la terra

Figlio carissimo, prima di tutto ti esorto ad amare il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutte le tue forze. Senza di questo no c'è salvezza.
Figlio, devi tenerti lontano da tutto ciò che può dispiacere a Dio, cioè da ogni peccato mortale.
E' preferibile che tu sia tormentato da ogni genere di martirio, piuttosto che commettere un peccato mortale.
Inoltre, se il Signore permetterà che tu abbia qualche tribolazione, devi ringraziando, e sopportarla volentieri, pensando che concorre al tuo bene e che forse te la sei ben meritata.
Se poi il Signore ti darà qualche prosperità, non solo lo dovrai umilmente ringraziare, ma bada bene a non diventar peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo, bada cioè a non entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi.
Partecipa devotamente e volentieri alle celebrazioni della Chiesa. Non guardare distrattamente in giro e non abbandonarti alle chiacchiere, ma prega il Signore con raccoglimento, sia con la bocca che con il cuore. Abbi un cuore pietoso verso i poveri, i miserabili e gli afflitti. Per quanto sta in te, soccorrili e consolali. Ringrazia Dio di tutti i benefici che ti ha elargiti, perché tu possa renderti degno di riceverne dei maggiori. Verso i tuoi sudditi comportati con rettitudine, in modo tale da essere sempre sul sentiero della giustizia, senza declinare né a destra né a sinistra. Sta' sempre piuttosto dalla parte del povero anziché del ricco, fino a tanto che non sei certo della verità.
Abbi premurosa cura che tutti i tuoi sudditi si mantengano nella giustizia e nella pace, specialmente le persone ecclesiastiche e religiose. Sii devoto e obbediente alla Chiesa Romana, madre nostra, e al Sommo Pontefice come a padre spirituale. Procura che venga allontanato dal tuo territorio ogni peccato, e specialmente la bestemmia e le eresie.
Figlio carissimo, ti do infine tutte quelle benedizioni che un buon padre può dare al figlio. La Trinità e tutti i santi ti custodiscano da ogni male. Il Signore ti dia la grazia di fare la sua volontà, perché riceva onore e gloria per mezzo tuo e, dopo questa vita, conceda a tutti noi di giungere insieme a vederlo, amarlo e lodarlo senza fine. Amen.

Dal «Testamento spirituale al figlio» di san Ludovico
(Acta Sanctorum Augusti 5 [1868], 546)

 

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martedì, 25 agosto 2009
Il radiomessaggio di Pio XII del 24 agosto 1939

«Nulla è perduto con la pace
Tutto può esserlo con la guerra»


 

Sessant'anni fa, la sera di giovedì 24 agosto 1939, all'indomani del patto di non aggressione stipulato tra Germania nazista e Unione sovietica - più noto come Patto Molotov-Ribbentrop - Pio XII, presagendo lo scoppio imminente della guerra, pronunciava il radiomessaggio di cui oggi ripubblichiamo il testo. Quattro giorni prima, Papa Pacelli aveva rivolto ai fedeli delle diocesi venete un discorso per il venticinquesimo della morte di Pio X, di cui pubblichiamo l'ultima parte.

A tutto il mondo. Un'ora grave suona nuovamente per la grande famiglia umana; ora di tremende deliberazioni, delle quali non può disinteressarsi il Nostro cuore, non deve disinteressarsi la Nostra Autorità spirituale, che da Dio Ci viene, per condurre gli animi sulle vie della giustizia e della pace.
Ed eccoCi con voi tutti, che in questo momento portate il peso di tanta responsabilità, perché a traverso la Nostra ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra.
EccoCi con voi, condottieri di popoli, uomini della politica e delle armi, scrittori, oratori della radio e della tribuna, e quanti altri avete autorità sul pensiero e l'azione dei fratelli, responsabilità delle loro sorti.
Noi, non d'altro armati che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui ogni paternità in cielo ed in terra prende nome (Efesini, 3, 15) - di Gesù Cristo, Signore Nostro, che tutti gli uomini ha voluto fratelli - dello Spirito Santo, dono di Dio altissimo, fonte inesausta di amore nei cuori.
Oggi che, nonostante le Nostre ripetute esortazioni e il Nostro particolare interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra, rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai popoli:  a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll'unico mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese:  a questi, perché, nella calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi pacifici di chi li governa.
È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl'imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.
Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo.
Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.
E si sentiranno grandi - della vera grandezza - se imponendo silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.
Faccia l'Onnipotente che la voce di questo Padre della famiglia cristiana, di questo Servo dei servi, che di Gesù Cristo porta, indegnamente sì, ma realmente tra gli uomini, la persona, la parola, l'autorità, trovi nelle menti e nei cuori pronta e volenterosa accoglienza.
Ci ascoltino i forti, per non diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a tranquillità nell'ordine e nel lavoro.
Noi li supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza vincitrice del mondo fu la mansuetudine nella vita e nella morte. E supplicandoli, sappiamo e sentiamo di aver con Noi tutti i retti di cuore; tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia - tutti quelli che soffrono già, per i mali della vita, ogni dolore. Abbiamo con Noi il cuore delle madri, che batte col Nostro; i padri, che dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli umili, che lavorano e non sanno; gli innocenti, su cui pesa la tremenda minaccia; i giovani, cavalieri generosi dei più puri e nobili ideali. Ed è con Noi l'anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano. Con Noi l'umanità intera, che aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con Noi quel Cristo, che dell'amore fraterno ha fatto il Suo comandamento, fondamentale, solenne; la sostanza della sua Religione, la promessa della salute per gli individui e per le Nazioni.
Memori infine che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto, invitiamo tutti a volgere lo sguardo in Alto ed a chiedere con fervide preci al Signore che la sua grazia discenda abbondante su questo mondo sconvolto, plachi le ire, riconcilii gli animi e faccia risplendere l'alba di un più sereno avvenire. In questa attesa e con questa speranza impartiamo a tutti di cuore la Nostra paterna Benedizione.


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lunedì, 24 agosto 2009

San Bartolomeo Apostolo

Apostolo martire nato nel I secolo a Cana, Galilea; morì verso la metà del I secolo probabilmente in Siria. La passione dell'apostolo Bartolomeo contiene molte incertezze: la storia della vita, delle opere e del martirio del santo è inframmezzata da numerosi eventi leggendari.Il vero nome dell'apostolo è Natanaele. Il nome Bartolomeo deriva probabilmente dall'aramaico «bar», figlio e «talmai», agricoltore. Bartolomeo giunse a Cristo tramite l'apostolo Filippo. Dopo la resurrezione di Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia). Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi. Bartolomeo fu condannato alla morte Persiana: fu scorticato vivo e poi crocefisso dai pagani. La calotta cranica del martire Bartolomeo si trova dal 1238 nel duomo di San Bartolomeo, a Francoforte. Una delle usanze più note legate alla festa di San Bartolomeo é il pellegrinaggio di Alm: la domenica prima o dopo San Bartolomeo, gli abitanti della località austriaca di Alm si recano in pellegrinaggio a St. Bartholoma, sul Konigssee, nel Berchtesgaden. I primi pellegrinaggi risalgono al XV secolo e sono legati allo scioglimento di un voto perché cessasse un'epidemia di peste. (Avvenire)

Patronato: Diocesi Campobasso-Boiano

Etimologia: Bartolomeo = figlio del valoroso, dall'aramaico

Emblema: Coltello

Martirologio Romano: Festa di san Bartolomeo Apostolo, comunemente identificato con Natanaele. Nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.

Ascolta da RadioVaticana:
  
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Non è di quelli che accorrono appena chiamati, anche se poi sarà capace di donarsi totalmente a una causa; ha le sue idee, le sue diffidenze e i suoi pregiudizi. I vangeli sinottici lo chiamano Bartolomeo, e in quello di Giovanni è indicato come Natanaele. Due nomi comunemente intesi il primo come patronimico (BarTalmai, figlio di Talmai, del valoroso) e il secondo come nome personale, col significato di “dono di Dio”.
Da Giovanni conosciamo la storia della sua adesione a Gesù, che non è immediata come altre. Di Gesù gli parla con entusiasmo Filippo, suo compaesano di Betsaida: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth". Basta questo nome – Nazareth – a rovinare tutto. La risposta di Bartolomeo arriva inzuppata in un radicale pessimismo: "Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?". L’uomo della Betsaida imprenditoriale, col suo “mare di Galilea” e le aziende della pesca, davvero non spera nulla da quel paese di montanari rissosi.
Ma Filippo replica ai suoi pregiudizi col breve invito a conoscere prima di sentenziare: "Vieni e vedi". Ed ecco che si vedono: Gesù e NatanaeleBartolomeo, che si sente dire: "Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità". Spiazzato da questa fiducia, lui sa soltanto chiedere a Gesù come fa a conoscerlo. E la risposta ("Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico") produce una sua inattesa e debordante manifestazione di fede: "Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!". Quest’uomo diffidente è in realtà pronto all’adesione più entusiastica, tanto che Gesù comincia un po’ a orientarlo: "Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di questa".
Troviamo poi Bartolomeo scelto da Gesù con altri undici discepoli per farne i suoi inviati, gli Apostoli. Poi gli Atti lo elencano a Gerusalemme con gli altri, "assidui e concordi nella preghiera". E anche per Bartolomeo (come per Andrea, Tommaso, Matteo, Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Filippo e Mattia) dopo questa citazione cala il silenzio dei testi canonici.
Ne parlano le leggende, storicamente inattendibili. Alcune lo dicono missionario in India e in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re, subendo però un martirio tremendo: scuoiato vivo e decapitato. Queste leggende erano anche un modo di spiegare l’espandersi del cristianesimo in luoghi remoti, per opera di sconosciuti. A tante Chiese, poi, proclamarsi fondate da apostoli dava un’indubbia autorità. La leggenda di san Bartolomeo è ricordata anche nel Giudizio Universale della Sistina: il santo mostra la pelle di cui lo hanno “svestito” gli aguzzini, e nei lineamenti del viso, deformati dalla sofferenza, Michelangelo ha voluto darci il proprio autoritratto.


Autore:

Domenico Agasso
postato da: tommasoacciarri alle ore 04:58 | Permalink | commenti (1)
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